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SEMINARIO: "Le nuove dimensioni del rapporto tra etica ed economia"
Il giorno 06 Novembre 2003, si è dato vita al seminario scientifico organizzato dal Gruppo F.U.C.I. di Terni, insieme all'I.S.T.E.S.S. e al C.d.L. in Cooperazione per lo Sviluppo e la Pace e dal titolo "Le nuove dimensioni del rapporto tra etica ed economia".
L'iniziativa è stato un lavoro di ampio respiro socio-culturale ed è finalizzato a promuovere un vivace scambio di opinioni tra discenti, docenti universitari, personalità pubbliche agenti nel tessuto socio-economico urbano e finalizzata a sviluppare una più consapevole conoscenza della realtà di cui vogliamo essere chiamati a prender parte.
- I° Parte - ore 9.30 - 12.30
Il seminario della mattinata ha visto, quali autorevoli voci del mondo accademico, per la trattazione a livello scientifico della situazione economica mondiale, della sostenibilità, delle problematiche aperte nel contesto economico-sociale attuale, i docenti:
- II° Parte - ore 16.00 - 19.00
La tavola rotonda del pomeriggio, avente come sottotitolo "Etica ed Economia: esperienze a confronto”, ha portato su uno stesso tavolo esperienze concrete di economia creando uno scenario più ampio possibile di realtà che cercano di coniugare etica ed economia.
L’iniziativa ha promosso un vivace scambio di opinioni tra studenti, docenti universitari, personalità pubbliche e private agenti nel tessuto socio-economico urbano per contribuire a sviluppare una più consapevole conoscenza della realtà storica attuale.
Alla tavola rotonda hanno partecipato esperti ed operatori economici rappresentativi di diverse esperienze a livello nazionale, quali:
1.. Banca Etica del Mondo (Matteo Passini - delegato alle alleanze e attività
strategiche)
2.. Commercio Equo e Solidale (Patrizia Molinari – produttrice “Botteghe
del mondo”)
3.. Economia di Comunione (Cecilia Mannucci - membro del Consiglio d'Amministrazione
di E.d. C. SpA)
4.. Fondazione "Etica ed Economia" di Roma (Presidente - Dott. Francesco Saverio Salini)
5.. Coop. Alisei ( Prof. Barbarella Carla)
6..Giovani Imprenditori (Dott.Giannetto Marchettini - Vice Presidente Consiglio Centrale G.I.)
Moderatore : Sandro Petrollini (Il Messaggero).
Materiale di supporto
Titolo: Etica ed Economia secondo la Dottrina Sociale della Chiesa, spunti di riflessione.
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Relazione Prof. Pierluigi Grasselli (Sviluppo locale.zip 27 KB) |
Titolo: La dimensione relazionale nello sviluppo locale
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Relazione Prof. Alessandro Vercelli (Impresa sostenibile.zip 44KB) |
Titolo: Responsabilità sociale e sostenibilità dell’impresa
Titolo: Le nuove dimensioni del rapporto tra etica ed economia:gli effetti diretti e indiretti di consumo
e risparmio socialmente responsabile.
Esiste anche documentazione audio-video delle due parti del convegno. Qualora si fosse interessati a reperirlo aspettiamo Vs. comunicazioni...
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Locandina

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Introduzione F.U.C.I.
LE NUOVE DIMENSIONI DEL RAPPORTO TRA ETICA ED ECONOMIA.
La nostra epoca, sensibile alle suggestioni dell’egoismo è pregna di messaggi che inneggiano alla cultura dell’effimero e dell’edonistico, cosicché pur prestando attenzione estemporanea agli "altri" in caso di guerre, catastrofi ambientali o altre calamità, è spesso difficile diffondere una cultura della solidarietà, giacché quelle che vengono proposte come "leggi" del mondo economico incitano il perseguimento dei propri interessi particolari, sollecitando al contempo il desiderio dell’accumulo sempre maggiore di beni materiali.
Una riflessione sul binomio "etica" ed "economia" potrebbe dunque apparire perlomeno ardita o velleitaria anche ad una schematica analisi dello scenario economico internazionale.
L’essere umano attraverso il suo operato e l’impiego delle sue migliori doti e qualità, si sforza quotidianamente di soddisfare le proprie esigenze, ma poi la smodata brama del possesso gli impedisce di rivolgersi in modo compassionevole ai suoi simili fino quasi alla noncuranza verso le sofferenze altrui, lo sfruttamento dell’uomo, la violazione di norme morali. Il profitto rincorso a tutti i costi e l’assenza di una fattiva e responsabile attenzione verso il bene comune, favoriscono le concentrazioni di enormi quantità di risorse nelle mani di pochi, mentre il resto del genere umano patisce per miseria ed abbandono.
Il modo di operare del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (MB) ad esempio, entrambe figlie del Sistema di Bretton Woods e sostenitrici del liberismo selvaggio, è stato oggetto di critiche, così come quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) che, dopo il recente fallimento di Cancoon ha dimostrato la sua incapacità nel tentare di risolvere alcune delle anomalie, degli squilibri e delle disuguaglianze economiche e commerciali che forse necessitano di risoluzioni all’insegna di una nuova "creatività" e di una maggiore giustizia nei criteri di distribuzione della ricchezza nel quadro di un diverso ordine economico internazionale.
L’Italia è considerata appartenente a quella parte del mondo apparentemente pingue che sembra quasi ignorare che il problema delle condizioni d’indigenza non è più ormai solo di quei paesi denominati del Terzo Mondo, in quanto vi sono sacche di povertà anche nei paesi ricchi e la miseria dei Paesi in Via di Sviluppo rischia di ripercuotersi come un boomerang sugli stessi.
I processi di "globalizzazione" sociali ed economici in atto sono caratterizzati da grandi opportunità di sviluppo, anche se essi di per sé non garantiscono l’equa distribuzione delle risorse tra i paesi industrializzati, poco disposti a mettere in discussione le loro politiche commerciali protezionistiche ed i paesi poveri, visti come sistemi economici da sfruttare in un legame di dominanza-dipendenza.
In questo quadro, l’ipotesi di valorizzare la persona umana non deve restare un’utopia, ma divenire un’ ambiziosa mèta.
Giustizia sociale, ricerca del bene comune, ruolo dei corpi intermedi, che costituiscono gli assi portanti della Dottrina Sociale della Chiesa da cui sono scaturiti il principio di solidarietà, sussidiarietà, quello di partecipazione e di destinazione universale dei beni della terra, sono gli elementi essenziali su cui si basa la concezione cristiana della persona vista come soggetto al quale deve offrirsi l’opportunità di operare per una piena realizzazione delle proprie potenzialità.
Già nell’Enciclica Rerum Novarum che racchiude in parte la dottrina cristiana sull’impresa, ritroviamo il primato della persona il cui precipuo obiettivo in questo contesto, riconoscendo il lavoro come diritto umano fondamentale, è l’osmosi tra valori cristiani e valori d’impresa, oltre al reciproco rispetto di diritti e doveri al quale sono richiamati gli attori di questo scenario.
La Dottrina Sociale della Chiesa non ha prescritto rigide linee di gestione dell’azienda, ma ha caldeggiato soluzioni garanti della dignità dei lavoratori che siano al tempo stesso rispettose delle funzioni economiche e sociali dell’impresa, avvalendosi anche del principio di sussidiarietà che, opponendosi a tutte le forme di collettivismo, precisa i limiti dell’intervento dello Stato, poiché né questo né alcuna organizzazione sopranazionale devono sostituirsi all’iniziativa e alla responsabilità delle persone e dei corpi intermedi.
La protezione del debole e del povero, l’affermazione della dignità del lavoro e del lavoratore anche riunito in associazioni professionali, sono dunque il contenuto della Rerum Novarum, che già nel 1891 denuncia la grave responsabilità morale delle nazioni ricche nei confronti di quelle povere, tanto che la solidarietà viene intesa come indissolubilmente legata ad un obbligo di giustizia, soprattutto quando il benessere dei cosiddetti paesi sviluppati scaturisce da risorse non equamente pagate.
La lotta sociale non violenta, anch’essa ispiratrice della Rerum Novarum quale legittimo principio di cambiamento, viene poi richiamata un secolo più tardi, anche dalla Centesimus Annus in cui agli errori del comunismo si contrappongono i principi di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla dignità trascendente della persona umana, e sul libero mercato inteso come lo strumento più efficiente per utilizzare le risorse e rispondere ai bisogni, evitando però le tendenze mercificatrici e consumistiche del capitalismo moderno, perché questo non debba trasformarsi in ideologia pervasiva.
Anche la concezione del profitto della Rerum Novarum viene poi ripresa ed ampliata dalla Centesimus Annus, nella quale la Chiesa riconosce al profitto netto la funzione di attendibile indicatore del buon andamento dell’impresa, nel senso che esso attesta che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ma anche che i corrispettivi bisogni umani sono stati debitamente soddisfatti. Ne emerge un concetto di "giusto profitto" relazionato al rispetto dei lavoratori, del cliente, delle leggi dell’ordinamento statale e dell’ambiente, esistendo, oltre al guadagno, altri parametri umani e morali della vita dell’impresa, poiché la crescita economica deve essere integrata da altri valori per tramutarsi in crescita rispettosa anche dell’affermazione delle autonomie e dei saperi locali. (CA 35): "Scopo dell’impresa non è il profitto bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che in diverso modo perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera umanità".
Il problema etico si viene dunque a porre con impellenza nel tessuto di una società che è incoerente e bisognosa di un morale diversa, regolatrice del senso di responsabilità come della pace sociale, pur sapendo che tale processo non può essere di breve assimilazione, nonostante non sia da considerare d’impossibile concretizzazione, se ne facciamo emergere una precipua utilità del nostro prossimo prima che del nostro ego.
Come giovani ancor prima che come studenti o fucini ci siamo chiesti se l’uomo, sebbene abbia connaturata in sé la tendenza all’auto-riflessione ed a porsi come parametro di qualsiasi valutazione, possa scegliere di non ripiegarsi in se stesso antropocentricamente e di conciliare questa sua inclinazione al di là di sterili schemi di conquista, scegliendo l’essere rispetto all’avere, un’esistenza piena ad una vita vuota, ove la libertà economica possa far parte di un contesto tale da renderla funzionale ad una nozione più complessa di libertà umana, quale sua imprescindibile componente.
Consapevoli della nostra estraneità ai dettami impostici dal modus vivendi di quest’epoca, ci siamo interrogati su quella logica del successo e del potere usata spesso dal mondo come criterio di valutazione del proprio agire, ben lungi dal modo di fare, così al di fuori delle convenzioni e del baccano, di Colui che visse oltre 2000 ani fa.
Animata dalla passione e dal desiderio di stimolare e aiutare persone giovani che come noi non vogliono rimanere in superficie e non disperano nel credere ancora possibile capire un mondo in cui poter non essere relegati a sterili monadi, la F.U.C.I., associazione relazionata, ma autonoma dall’Università, da sempre animatrice di iniziative culturali finalizzate ad arricchire gli studenti universitari, promotrice e coorganizzatrice di questo seminario, avvalendosi della preziosa collaborazione dell’I.S.T.E.S.S. e del C. di.L. in Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo e la Pace ha così inteso promuovere un vivace scambio di opinioni tra discenti, docenti universitari, personalità pubbliche agenti nel tessuto socio-economico urbano e finalizzata a sviluppare una più consapevole conoscenza della realtà di cui vogliamo essere chiamati a prender parte.
Vi sono di quelli che desiderano sapere soltanto per sapere, ed è spregevole curiosità.
Vi sono di quelli che desiderano sapere per mettersi in mostra,ed è spregevole vanità.
Vi sono di quelli che desiderano sapere per vendere la propria scienza,
per esempio per denaro o per gli onori,ed è spregevole commercio.
Ma vi sono pure alcuni che vogliono sapere per educare,ed è carità.
E parimenti vi sono alcuni che vogliono sapere per educarsi,ed è prudenza.
Di questi solo gli ultimi due non cadono nell’abuso della scienza, proprio perché vogliono sapere per fare del bene.
San Bernardo di Chiaravalle - Omelie sul Cantico dei Cantici 36,3
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Relazione Prof. Pierluigi Grasselli
(Docente di
Politica Economica presso la Facoltà di Economia e Commercio
dell’Università degli Studi di Perugia)
La dimensione relazionale nello sviluppo locale
1.Economie locali e tessuto relazionale
Nei tempi recenti si è registrata una moltiplicazione dei contributi, della letteratura italiana e internazionale, volti ad illustrare l’importanza della dimensione relazionale per una rappresentazione più corretta e più completa dell’attività economica, in grado di comprendere i suoi sviluppi più attuali, rendendo più pienamente ragione della complessità motivazionale e comportamentale dell’uomo nello svolgimento della stessa.
Come è stato rilevato, "…senza tener conto della dimensione relazionale non è possibile comprendere in modo adeguato neanche i fenomeni più tipicamente economici, come la performance aziendale, le pratiche commerciali, la decisione da parte dei lavoratori se restare in un posto di lavoro o licenziarsi…"(Gui, p.15).
Nelle pagine che seguono, farò riferimento ad alcuni contributi –sul tema della dimensione relazionale in economia- particolarmente significativi, tra cui alcuni ascrivibili a Zamagni e ad altri studiosi (Sacco-Zamagni), impiegandoli per sottolineare ed analizzare aspetti rilevanti ed innovativi riscontrabili in un ampio ventaglio di manifestazioni dello sviluppo locale. Uno sviluppo cioè, per dirla con Becattini, relativo ad "…un certo raggruppamento umano insediato (e inteso come)…evoluzione e ridistribuzione delle sue parti secondo un determinato sentiero evolutivo…" (Becattini, p.17). Dalle argomentazioni che esporrò discendono implicazioni forse non trascurabili sul fronte della caratterizzazione etica dell’attività economica, e delle politiche che aspirano a guidarla.
Nella lezione inaugurale degli incontri di Artimino (1993) M.Storper rappresenta l’economia locale come "capitale di beni relazionali" (Storper, p.181) e pone le questioni fondamentali riguardanti tale approccio (relazionale, allo sviluppo locale). Egli attribuisce la dimostrazione dell’importanza della dimensione relazionale alla ricerca sul cambiamento tecnologico, con riferimento alle molteplici relazioni ivi coinvolte (tra utilizzatore e produttore, tra scienza e produzione, tra imprese in aree tecnologiche affini, tra imprese, Governo e Università…); attraverso di esse –sottolinea Storper- la conoscenza, in particolare quella "asimmetrica, non cosmopolita" viene generata, applicata e si evolve, alimentando la crescita della varietà della produzione (ibidem, p.189).
Per il contesto economico a cui rivolge la sua analisi, Storper parla di "transazioni di tipo convenzionale-relazionale", caratterizzate per il fatto che gli agenti che vi partecipano dispongono delle facoltà necessarie per raccogliere e impiegare l’informazione in modo compatibile con l’altra parte costitutiva della transazione.
Tali facoltà sono "…convenzioni che coordinano questi agenti, definite per comprendere aspettative garantite e reciprocamente coerenti, consuetudini e procedure che si manifestano talvolta sotto forma di istituzioni e regole formali, ma non sempre…" (ibidem, p.195).
Come già aveva ricordato G.Dematteis avviando gl’incontri suddetti, il problema dello sviluppo locale, "…prima che un problema di mercato e di fattori dell’offerta, è un problema di comunicazione, cioè di linguaggi, di rappresentazioni, di modalità cognitive…di ‘mappe invisibili’ che ci permettono poi di tracciare quelle visibili (le concrete modalità di funzionamento del sistema locale, la struttura produttiva e sociale…)" (Dematteis, p.54).
Storper individua cinque contesti principali (che analizzeremo nel prosieguo) in cui si possono trovare le transazioni di tipo convenzionale-relazionale: --le transazioni mercantili tra imprese, ad es. le relazioni compratore/fornitore in presenza di imperfezioni di mercato, --le transazioni non-mercantili tra imprese, volte ad es. ad assicurare la diffusione informale di informazioni sull’ambiente o sull’apprendimento, --le relazioni mercantili e non-mercantili all’interno dell’impresa, -- le transazioni nei mercati dei fattori di produzione, specialmente del lavoro…dove le competenze dei lavoratori sono espressioni di specificità settoriali o locali; a questo primo gruppo di transazioni dedicheremo un approfondimento nel paragrafo seguente. Storper ricorda inoltre le relazioni economiche formali tra istituzioni, ad es. tra Università, Governi, associazioni imprenditoriali ed imprese, che permettono la comunicazione reciproca e il coordinamento delle rispettive interazioni, grazie all’impiego di canali con un forte contenuto relazionale-convenzionale (Storper, p.196); di questo ultimo insieme di relazioni ci occuperemo approfondendo il tema delle politiche per lo sviluppo locale.
In definitiva, porre in evidenza l’aspetto relazionale richiama il problema centrale dell’azione per il coordinamento tra gli agenti, che per lo più propone, come sottolinea Storper, e come evidenzia l’analisi organizzativa dei meccanismi di coordinamento, l’esigenza di comprensione reciproca e di condivisione di conoscenze e valori tra attori che operano in condizioni di incertezza… (Storper, p.205).
L’approccio relazionale spinge dunque all’approfondimento di motivazioni, requisiti, modalità e conseguenze del coordinamento tra gli agenti economici.
In un recente contributo Benedetto Gui illustra la dimensione relazionale, con particolare riferimento all’attività economica, ponendo in rilievo tutta la ricchezza delle sue implicazioni. Relativamente alle interazioni economiche, egli illustra come queste possano essere considerate specifici processi produttivi, in cui si generano congiuntamente varie categorie di output: oltre alla effettuazione di scambi (o, più in generale, di transazioni, tipicamente una compravendita), o all’eventuale svolgimento di un compito produttivo o decisionale, o all’eventuale fornitura di un servizio, possono ottenersi output intangibili di natura chiaramente relazionale, consumati contestualmente o oggetto di accumulazione. Tali output includono cambiamenti nel capitale umano (per definizione comprensivo di caratteristiche personali…conoscenze accumulate…abiti comportamentali, convinzioni, gusti…capacità relazionali…) dei soggetti interagenti (Gui, pp. 28-30), con una possibile incidenza, anche significativa, sull’esito di transazioni in corso o sull’attivazione di transazioni future.
2.La dimensione relazionale nei rapporti di mercato
`E attualmente disponibile un’amplissima letteratura multidisciplinare sul tema delle relazioni che nascono e si sviluppano sui mercati. Come è intuibile, e si evince dalle argomentazioni che seguono, tale tema interessa certamente le economie ed i sistemi locali, ma altresì li travalica, le parti in gioco potendo risiedere ed operare in territori diversi, anche tra loro molto lontani. Con questa avvertenza, passo ad accennare in sintesi all’analisi compiuta da S.Castaldo, che delinea il processo all’origine dello sviluppo di relazioni fiduciarie nei rapporti tra impresa e mercato, e del collegato passaggio da relazioni unilaterali e istantanee a rapporti di lungo periodo.
La crescente complessità ambientale, che richiede specializzazione nella produzione dei saperi, integrazione di competenze complementari, sviluppo di relazioni fiduciarie, esercita una forte pressione in direzione dell’affermarsi della prospettiva relazionale, per cui le operazioni di scambio in senso stretto-cui si limita l’analisi neoclassica in una dimensione utilitaristica- vanno considerate parti di una relazione più ampia, anche in senso temporale, e interattiva (Castaldo, p.16).
Un tale sviluppo riguarda in primo luogo i mercati dei beni industriali: la complessità crescente del prodotto e la personalizzazione dell’offerta, richiedono la partecipazione del cliente, determinando così il diffondersi di strutture relazionali interattive di lungo periodo tra domanda e offerta. In questo senso risultano altresì esemplari i rapporti interaziendali costituibili in corrispondenza –si pensi ad esempio ad alcune tipologie di rapporti di subfornitura…- nell’ambito dei sistemi locali di pmi e particolarmente dei distretti industriali (su cui torneremo fra poco).
La prospettiva relazionale ha investito anche il rapporto industria-distribuzione, e naturalmente campeggia nell’area dei servizi, in cui le caratteristiche dell’offerta spingono il consumatore a scegliere quelle alternative con le quali egli ha stabilito relazioni consolidate. In particolare per i servizi alla persona, ricordiamo la questione dei lineamenti socio-istituzionali dell’offerta preferiti dal consumatore.
L’importanza della dimensione relazionale s’impone con evidenza anche per l’ambiente interno all’azienda, per le note connessioni tra stili di direzione, architetture organizzative, rapporti con il personale ed efficacia della performance d’impresa (Gui, p.60). Su questo tema si rinvia all’amplissima letteratura sul governo dell’impresa, e in particolare sui criteri di esercizio della leadership e di gestione delle risorse umane.
Queste riflessioni possono applicarsi ad insiemi di imprese operanti in un territorio, di cui si considerino le possibilità di sviluppo endogeno.
Nell’ambito della organizzazione produttiva collegata al paradigma della produzione flessibile, le imprese –essenzialmente quelle di piccola e media dimensione- operanti sul territorio beneficiano soprattutto delle economie di agglomerazione (riduzione dei costi di trasporto dei fattori di produzione, diffusione delle conoscenze tecniche e specialistiche, riduzione dei costi di transazione derivante dalle varie forme di cooperazione tra le imprese stesse) prodotte all’interno del sistema delle imprese in virtù delle loro reciproche relazioni, sulla base della divisione "sociale" del lavoro tra esse determinatasi, o all’esterno di esse, ma all’interno dell’area territoriale.
Caratteri e rilevanza di tali forme di cooperazione e del "clima sociale" che contraddistingue il territorio in esame, sono in chiaro collegamento col rapporto che si costituisce tra il sistema produttivo e le istituzioni politiche e sociali operanti sul territorio medesimo.
Proprio le interrelazioni molteplici e le complementarità di vario tipo, non solo di origine tecnologica, che si generano in una rete di imprese possono determinare rendimenti crescenti. Più precisamente, questi possono essere indotti dalle varie "forme di interdipendenze strutturali, di specializzazione e di divisione del lavoro" che tra esse intercorrono, anche in dipendenza di accordi (formali o non), rafforzativi delle interazioni esistenti. L’operare congiunto di economie esterne così prodottesi può causare rendimenti crescenti per le imprese appartenenti alla rete, la quale acquisisce connotazioni dinamiche, in presenza di cambiamenti nella tecnologia e di complementarità tra le imprese nel provocare tali cambiamenti (Stornaiuolo, pp.62-64).
L’approccio relazionale, assegna la dovuta importanza alla morfologia delle relazioni. Tra gli aspetti rilevanti per la connessa classificazione, Castaldo ricorda: --la numerosità dei soggetti e la prospettiva dell’analisi, --l’identità dei soggetti, --il contenuto delle relazioni (ad esempio, strategico, operativo…), --il livello di commitment delle parti, i rapporti di potere e di dipendenza tra esse, --l’intensità dei legami (forti, deboli, variando in corrispondenza l’afflusso informativo e le possibilità di innovazione…). Oltre che criteri classificatori unidimensionali, possono applicarsi criteri multidimensionali, e, sotto un profilo dinamico, connessi allo stadio evolutivo della relazione (dai primi contatti al consolidamento, all’espansione (con avvio eventuale di nuovi progetti congiunti), al declino…) (Castaldo, pp.30-33). Osserviamo che questa tassonomia trova ampia applicazione nell’analisi delle reti (di relazioni) tra gli operatori.
Dunque, sottolinea Castaldo, la complessità cognitiva è trasformata, attraverso i mutamenti organizzativi delle attività economiche, in complessità relazionale, con la costituzione di reti di soggetti specializzati nella produzione di conoscenza. In questi processi evolutivi, forme di concorrenza coesistono con modalità cooperative, si affermano nuove forme di competizione per il coordinamento e tutto questo si accompagna ad un ruolo crescente svolto dalla fiducia, "…antecedente cognitivo ed essenza di alcune forme di coordinamento nell’economia delle reti…" (Castaldo, p. 43).
3.La dimensione relazionale nelle politiche per lo sviluppo locale
Passiamo ora da notazioni riferite per lo più ad un livello micro-economico a considerazioni concernenti una dimensione aggregata, in cui, come già anticipato alla fine del paragrafo precedente, un raggruppamento di unità produttive opera in riferimento ad un determinato territorio. A questo si attribuisce, in linea col filone di studi promosso in Italia dai Proff. Becattini, Brusco e Fuà, un ruolo centrale per lo svolgimento dell’attività economica, e precisamente per il possesso e l’apprendimento di conoscenze, culture, valori, tradizioni, che possono risultare decisivi nell’attuale confronto competitivo.
Un territorio, insomma, che va concepito come spazio reale, concreto, storico, che influisce sulla produzione ed è interconnesso con i processi di crescita e di sviluppo. Un territorio, peraltro, esposto alle poderose e incessanti forze trasformatrici delle opportunità e della competizione globali, alla deterritorializzazione (pronunciata) del capitale e all’immigrazione (crescente) di lavoratori (Beck, pp.212-213). Un territorio minacciato dalla possibile azione scompaginante delle "traslocali" (Becattini, 2003, p.14).
Se poniamo attenzione ai cambiamenti recenti registrati nell’approccio ai problemi di sviluppo territoriale, con particolare riferimento alla situazione italiana, risulta diffusa la consapevolezza che, per promuovere sviluppo e innovazione nei sistemi produttivi territoriali, non basti favorire incrementi di efficienza e attrarre investimenti dall’esterno. Occorre altresì valutare attentamente gli effetti delle molteplici interdipendenze tra unità produttive, e tra queste e le istituzioni, e il complessivo ambiente in cui operano le prime; occorre cioè analizzare il tessuto relazionale che si è costituito sul territorio. Sulle istituzioni locali poggia il compito di potenziare il rendimento dei fattori produttivi interni (il capitale umano in generale, e in particolare le capacità organizzative, tecnologiche, imprenditoriali), il sistema di servizi, di assistenza alle imprese e alle persone, di garantire la dotazione di infrastrutture adeguate alla strategia innovativa. Più in generale, si chiede alle istituzioni di contribuire alla formazione, al rafforzamento e al coordinamento del tessuto di relazioni tra operatori necessarie per lo sviluppo del territorio, nonché di promuovere la coesione sociale e l’integrazione sociale e politica dell’ambiente.
Si tratta insomma di promuovere uno sviluppo "dal basso", fondato cioè sulle forze che dall’interno del territorio possono avviare e sostenere la crescita, creando le condizioni a ciò favorevoli, anche attraendo investimenti dall’esterno (Stornaiuolo, pp.7-8).
In queste direzioni procede –come mostra l’osservazione della realtà italiana- il modello definito della "nuova programmazione", che tiene conto della razionalizzazione di strumenti e procedure delle esperienze degli anni ’60 e dei primi anni ’80, dei principi e delle regole distintive dei regolamenti comunitari, e del processo di trasferimento di competenze alle istituzioni territoriali regionali e locali avviato in Italia negli anni recenti e ancora in corso (Bressan-Caporali, p.100). La formulazione e l’attuazione delle politiche di sviluppo poggia sull’integrazione tra i livelli di programmazione regionale e subregionale, e sul raccordo con la fase di gestione locale, pubblica e privata. Come sottolineato a suo tempo dal Ministero del Tesoro, il rilancio della programmazione presuppone una diffusa integrazione fra scelte pubbliche e azione del mercato; poggia sull’ipotesi che la conoscenza dei bisogni e delle opportunità sia garantita dal confronto fra i livelli di governo, fra le parti sociali, fra le varie forme associative, e che l’appropriatezza, l’efficienza e l’efficacia degli interventi siano assicurate da una chiara attribuzione delle responsabilità di spesa; richiede che anche le scelte fuori mercato –come quelle riguardanti l’allocazione di risorse pubbliche per opere pubbliche ed incentivi- si svolgano con procedure fortemente concorrenziali, attraverso un confronto degli obiettivi e dei costi-benefici delle idee-programma avanzate dai soggetti responsabili, consapevoli della pubblica verifica cui saranno sottoposti i risultati dei loro progetti.
In generale, si osservi, tale rilancio suppone il passaggio da un assetto di government ad uno di governance: la governance dello sviluppo è molto più del government, in quanto implica il coinvolgimento delle istituzioni intermedie e delle associazioni degli interessi, oltrechè del sistema delle imprese, insomma di tutti gli stakeholders dell’economia e della società locale. Ne segue l’importanza centrale del partenariato pubblico-privato (da potenziare ed estendere a tutti i livelli della programmazione) (Cnel, pp.9-14) per la riuscita della programmazione dello sviluppo locale, e della costruzione di una fruttuosa collaborazione tra gli Attori locali (Garofoli, pp.9-10).
Oltre che sul presupposto della valutazione, cioè della presentazione da parte del soggetto proponente di una stima credibile e verificabile sugli effetti dell’intervento, la "nuova programmazione" poggia sul confronto tra la molteplicità degli interessi locali (compiuto applicando il metodo della negoziazione, attraverso cui dare corpo alla domanda per l’impiego degli strumenti della programmazione).
In corrispondenza, gli assi strategici, tra loro collegati, sono costituiti dalla programmazione dei Fondi strutturali, riguardante gli investimenti in infrastrutture, capitale sociale e patrimonio naturale e culturale, e dalla promozione di sistemi locali di sviluppo, con ricorso alla cooperazione tra imprese, enti locali, associazioni industriali e sindacati dei lavoratori, per valorizzare, secondo specifiche priorità, le iniziative proposte a livello locale e per realizzare le potenzialità di sviluppo caratteristiche del territorio (Bressan-Caporali, pp.101-103).
Tra le dimensioni caratteristiche del nuovo paradigma di sviluppo "dal basso" risaltano à il presupposto dell’analisi approfondita del territorio, sotto il profilo produttivo, sociale, demografico, ambientale e degli stessi modelli di regolazione locale (analisi decisiva in tutte le fasi: della programmazione, progettazione e gestione del territorio); à l’integrazione di aspetti e settori diversi, tenendo conto di tutti i principali elementi costitutivi della struttura socioeconomica (risorse economiche ed "ambientali", tessuto delle relazioni interne al territorio e di quelle con l’esterno), collegando organicamente politiche settoriali con quelle orizzontali (politiche attive del lavoro, sostegno all’innovazione, servizi alle imprese) e con gli indirizzi di programmazione territoriale; à la partecipazione e il coinvolgimento di tutti gli attori, anche di quelli apparentemente di minor rilievo, attraverso la promozione e lo sviluppo di procedure partenariali, per garantire la più piena valorizzazione di tutte le risorse (Messina, pp.22-38).
In Italia, tra le possibili modalità attuative delle politiche di sviluppo locale, troviamo gli strumenti operativi di attuazione della "nuova" programmazione (la programmazione "negoziata"), quali i contratti d’area, o i patti territoriali, compresi tra le forme più diffuse della stessa. Essi hanno introdotto innovazioni sia nella partecipazione delle autorità locali alla progettazione e alla gestione delle politiche, sia nella realizzazione di un partenariato territoriale, e del modello di governance corrispondente, fondato sulla pratica della concertazione.
Con particolare riferimento alle caratteristiche dei Patti territoriali (introdotti in Italia dal D.L.244/95, convertito, con modificazioni, nella L.341/95) (Staniscia, p.8), supposti rappresentativi delle forme attualmente più diffuse di politiche per lo sviluppo locale, rileviamo come, tra gli obiettivi perseguiti dai Patti compaia non solo la realizzazione di programmi di sviluppo integrati, correlati ai bisogni specifici e alle priorità dei territori interessati, ma anche un fine di natura socio-istituzionale, rappresentato dal "…rafforzamento delle relazioni orizzontali fra le istituzioni locali, dalla diffusione di forme partecipative di democrazia, dall’affermazione di logiche di comportamento di tipo cooperativo…" (Cersosimo-Wolleb, p. 379).
Non si tratta insomma solo di avviare, o rivitalizzare o potenziare meccanismi di sviluppo autopropulsivo, ma altresì di cambiare il contesto socio-istituzionale, migliorare funzionamento ed efficacia della governance, e più in generale innalzare la qualità della vita…(Tesoro/DPS, pp.10-63).
Più in profondità, si suppone che lo sviluppo locale si basi sulla crescita di conoscenze specializzate, a sua volta realizzata attraverso la formazione di reti tra soggetti locali, pubblici e privati.
Sembra dunque potersi affermare con Trigilia che l’obiettivo dei patti territoriali sia quello di stimolare l’accordo e la cooperazione tra gli attori locali, pubblici e privati per "produrre e far circolare informazioni e consenso" e così stimolare azioni efficaci a sostegno dello sviluppo…(Trigilia, pp.360-361).
Alle politiche si attribuisce la possibilità di influire sul tessuto delle relazioni e sul comportamento degli Attori, in particolare in direzione di "…un superamento delle logiche campanilistiche, di una maggior capacità di riconoscimento degli interessi comuni, di una maggior propensione all’azione collettiva e alla produzione di beni pubblici locali…" (Cersosimo-Wolleb, p. 379).
`E insomma determinante sviluppare adeguatamente quelle che Garofoli chiama "competenze di sistema", cioè le conoscenze, competenze, la capacità di lettura dei molteplici interessi che si esprimono sul territorio, e di promozione di un confronto continuo tra gli attori. ‘E essenziale al riguardo saper cogliere pienamente le prospettive e le opportunità del sistema locale, cioè non solo la capacità di individuare i fattori di competitività del sistema locale, e le possibilità e le sfide lanciate dalla competizione globale, ma anche "la capacità di risolvere problemi via moltiplicazione delle best practices, vale a dire l’emulazione e lo stimolo dei casi di aree capaci di affrontare problemi analoghi" (Garofoli, p.14). Come scrive U.Beck, la globalizzazione oggi "include la globalizzazione dei quadri di riferimento delle decisioni" (Beck, p.212).
Al contrario delle politiche tradizionali per lo sviluppo locale, volte principalmente ad attrarre con un insieme di incentivi investimenti dall’esterno, le politiche proposte dall’approccio endogeno risultano orientate soprattutto in direzione dei fattori che influenzano l’ambiente territoriale per favorire la trasformazione di un sistema generico di imprese in un sistema a rete.
Secondo l’analisi qui riportata, la politica economica non può limitarsi a dare incentivi riferiti a funzioni di comportamento date, ma deve modificare, tenendo conto del contesto di globalizzazione, i modelli interpretativi della realtà e le funzioni di comportamento, promuovendo in particolare atteggiamenti cooperativi.
Sempre con attenzione ai caratteri del mercato globale, le politiche di sviluppo locale devono promuovere la costruzione di reti (di relazioni) e favorire la crescita dei flussi di scambio materiali e immateriali tra le singole imprese che formano il sistema delle imprese, tra le imprese e l’area in cui si trova il sistema delle imprese, tra il sistema territoriale e l’esterno.
Migliorare gli elementi caratteristici del network territoriale può richiedere di sostenere lo sviluppo di un sistema di servizi volto a potenziare i flussi di scambio suddetti, soprattutto informativi, nonché la promozione (diretta o indiretta) (anche con interventi di natura finanziaria) di forme di relazioni e di alleanze sia nel sistema di imprese interno, sia tra questo e quelli esterni, per favorire, nell’attuale contesto della cosidetta globalizzazione, "il trasferimento di conoscenze…la cooperazione tecnologica e lo sviluppo di sinergie tra attori locali ed esterni…". Come è stato osservato, i legami stabiliti con altre reti di relazione esterne (ad es., altri sistemi territoriali) possono generare per il territorio considerato dei benefici da economie esterne all’area stessa. Ciò genera un ampliamento del concetto di economie esterne, per la considerazione di tutte quelle "economie di agglomerazione caratterizzate da discontinuità fisiche (poiché non si trovano all’interno del territorio), di cui un’area gode i benefici grazie ai legami, alle relazioni e ai rapporti di collaborazione con altre reti esterne, grazie quindi alle contiguità di tipo economico che sono state stabilite" (Stornaiuolo, p.69, pp.98-99).
Sulla base delle osservazioni compiute si delinea un concetto di sviluppo locale fondato su un’organizzazione "a rete", non solo delle imprese industriali e di servizio, ma di tutto il territorio, che assegna un ruolo centrale alle relazioni tra operatori –privati e pubblici, anche esterni al territorio considerato- ed ai flussi di risorse materiali e immateriali che si attivano tra essi.
Si auspica dunque da più parti di promuovere o potenziare sul territorio quelle reti di relazioni sociali che concernono le attività produttive e i processi innovativi, attraverso le quali si può disporre di informazioni e di fiducia. Si presenta così il concetto di capitale sociale proposto da J.Coleman (insieme di relazioni sociali di cui un soggetto, individuale o collettivo, dispone in un dato momento, che possono garantire risorse cognitive come le informazioni, o normative come la fiducia) che può consentire, come sottolinea Trigilia, di contenere i costi di transazione connessi alle esigenze di divisione del lavoro e di collaborazioni esterne, imposte a loro volta dagli imperativi di qualità, innovazione e flessibilità provenienti dalla crescente complessità ambientale in cui gli agenti si trovano ad operare.
Favorendo forme di cooperazione efficaci tra i soggetti locali, il capitale sociale può promuovere la diffusione e lo sviluppo delle conoscenze (in particolare tacite) e quindi la valorizzazione e la crescita del capitale umano, può espandere la dotazione di infrastrutture, quindi di capitale fisico, nonché la disponibilità di capitale finanziario.
Insomma, sottolinea ancora Trigilia, la dotazione complessiva di capitale sociale a livello aggregato in un determinato territorio, cioè il complesso delle reti di relazioni sociali diffuse tra i soggetti individuali (imprese e lavoratori) e collettivi (associazioni di interessi, istituzioni pubbliche) può risultare determinante per lo sviluppo locale, influendo sul percorso effettivo di questo (Trigilia, pp.293-300).
La letteratura più recente estende la nozione di capitale sociale territoriale, includendovi, oltre alla capacità di networking, la capacità innovativa del sistema regionale (innovazioni di mercato, innovazioni in atto nel settore pubblico, innovazioni da economie esterne), il sistema delle attitudini sociali e culturali (spinta all’efficienza, sindrome di fiducia, tensioni post-materialistiche: attenzione alla qualità della vita, sforzo di auto-realizzazione) e lo sviluppo istituzionale (logica delle scelte pubbliche, politiche di sviluppo locale…).
Le politiche di sviluppo locale (e regionale) devono tener conto di questa dimensione, in particolare dell’incidenza dell’innovatività dei sistemi territoriali e della diffusione dei valori fiduciari sullo sviluppo economico, dedicando attenzione e risorse alla formazione ed al sostegno delle diverse forme di relazionalità economica e sociale (riguardanti il mondo delle imprese, il settore della ricerca, il contesto sociale…) (Rizzi, p.19, p.24).
In corrispondenza, può configurarsi un vero e proprio "policy network", costituito da un complesso di relazioni non di tipo gerarchico, interdipendenti, caratterizzate da relativa stabilità, fra un insieme di attori collettivi, ovvero di "organizzazioni di carattere pubblico e privato, che hanno in comune interessi e/o norme rispetto ad una politica, e che si impegnano in processi di scambio per perseguire tali interessi comuni, riconoscendo che la cooperazione costituisce il modo migliore per realizzare i loro obiettivi" (Pichierri, p.116).
La complessità del fenomeno che chiamiamo sviluppo locale e del processo che lo determina rende ragione della difficoltà dei tentativi di pervenire ad una misurazione dell’efficacia delle politiche orientate a perseguirlo. Gli studiosi cercano di tener conto sia della performance strettamente economica delle politiche per lo sviluppo locale che di quella collegabile alla governance; per la prima, come suggerisce la recente valutazione dei Patti territoriali in Italia compiuta dal Tesoro/DPS, si fa riferimento ai caratteri dell’apparato produttivo e del mercato del lavoro, alla dotazione di infrastrutture, all’attrattività dell’area per investimenti dall’esterno; per la seconda, all’articolazione e al funzionamento delle istituzioni, e ai collegamenti tra esse, all’efficienza delle procedure burocratiche, agli sviluppi della cooperazione pubblico/privato, alla capacità di progettazione per lo sviluppo locale espressa dal partenariato. Si tenta altresì di misurare il rendimento complessivo dei Patti, tenendo conto tra l’altro, oltre che delle due dimensioni precedenti, anche di tale progettazione (Tesoro/DPS, p. 22).
4.Istituzioni intermedie e sviluppo locale sotto un profilo relazionale
Abbiamo accennato alla rilevanza del ruolo che le istituzioni, attraverso politiche appropriate, possono svolgere a favore dell’innovazione e dello sviluppo del territorio, potenziando il tessuto delle relazioni e promuovendo un adeguata integrazione tra l’apparato produttivo ed ambiente, ampiamente inteso. A questo riguardo, gli studiosi hanno mostrato la particolare importanza delle istituzioni c.d. "intermedie", comprensive delle "strutture periferiche dello Stato, degli Enti locali e delle organizzazioni istituzionalizzate o semi-istituzionalizzate (consorzi e associazioni di varia natura, banche locali) che hanno fornito ai sistemi locali beni pubblici specifici:…Regioni, Province e Comuni, Camere di Commercio, appendici periferiche delle amministrazioni statali, banche locali, istituzioni formative, associazioni d’interesse, centri di servizio, consorzi di varia natura per l’innovazione tecnologica, il sostegno all’esportazione, agenzie locali, ecc…"(Arrighetti, pp.X-III).
L’azione collettiva, autoorganizzata, in forma decentrata, per la realizzazione di un dato progetto di interesse collettivo, con marcata presenza di complementarietà tra le iniziative dei singoli agenti, può richiedere costi di coordinamento e regolazione dei conflitti particolarmente elevati. Si pensi ai trasferimenti di informazioni tra gli operatori richiesti dal processo decisionale, all’impiego di risorse per raccogliere ed ordinare le possibili alternative, per scegliere tra queste, armonizzando i piani individuali con quello collettivo: in corrispondenza, si individuano costi (in termini di tempo, di investimenti informativi e conoscitivi…) che possono risultare assai rilevanti e tanto più quanto più numerosi sono i soggetti, e quanto più marcate sono le diversità tra questi e tra le alternative disponibili. Sono problemi che possono presentarsi per una molteplicità di beni pubblici (opere pubbliche e infrastrutture civili, formazione scolastica e professionale…), la cui soluzione è rappresentata dal trasferimento ad un’autorità centrale della responsabilità della formulazione e della gestione del progetto collettivo perseguito (Arrighetti, p.XVI).
Abbiamo già sottolineato l’importanza del ruolo che determinati beni pubblici possono svolgere nella prospettiva di uno sviluppo locale secondo le caratteristiche indicate. La funzione delle istituzioni "intermedie" sopra ricordate si manifesta in particolare nel loro contributo alla predisposizione di beni pubblici selettivi o categoriali, riguardanti cioè specifiche categorie di soggetti o determinate aree territoriali. Come esempi di beni ad elevata differenziazione e caratterizzazione locale, può pensarsi alla formazione professionale, ai servizi informativi, alle infrastrutture economiche e civili, all’offerta di incentivi alla cooperazione tra imprese…(Arrighetti, p. 32).
Sulle istituzioni intermedie, deputate alla predisposizione di beni pubblici categoriali, poggia dunque il compito di porre attenzione alle relazioni esistenti tra gli operatori, di cogliere i legami di complementarità e sinergia tra questi rilevabili, e comunque di favorire quando possibile e opportuno l’azione collettiva in forma decentrata, promuovendo il collegamento degli agenti secondo i principi della sussidiarietà.
Gli studiosi hanno rimarcato la coesistenza e l’integrazione nelle istituzioni intermedie di "rapporti personali e particolaristici basati sulla fiducia e la reciprocità, e relazioni spersonalizzate, formalizzate e standardizzate…". Ne discendono combinazioni regolative flessibili, che permettono di produrre beni collettivi godendo di economie di scala, ma anche della possibilità di adeguamento alle specificità locali e di valorizzazione delle corrispondenti risorse. Le istituzioni intermedie, o mesoistituzioni, possono affrontare problemi non trattabili a livelli superiori, impiegando proficuamente le relazioni personali costitutive degli ordini regolativi locali "…frenando al contempo le spinte entropiche e centrifughe che sarebbero generate dall’azione spontanea e non coordinata delle istituzioni di microlivello e dai conflitti che emergerebbero qualora non fosse trovata una soluzione…" (Lanzalaco, pp.17-20).
4.Conoscenza, cooperazione, fiducia
Un adeguato patrimonio di conoscenza, in particolare di quella specializzata, di cui abbiamo già richiamato l’importante legame con la presenza di reti di relazioni, è dunque requisito indispensabile in un processo di sviluppo di un territorio. Tra i fattori dell’offerta che favoriscono a livello locale la ricerca tecnologica e l’innovazione spiccano per rilevanza: --le reti di comunicazione, --i centri di informazione, --l’infrastruttura scientifica, --l’accesso a nuove competenze e conoscenze.
Si osservi che l’attenzione delle corrispondenti strategie di politica regionale deve essere posta non solo sul volume degli investimenti che permettono il meccanismo innovativo, ma anche sulle caratteristiche degli ambienti e degli attori che, attraverso il loro modo di interagire ed i rapporti formali e informali che instaurano, rendono possibile o frenano la competitività dell’intero territorio (Stornaiuolo, pp.75-76).
L’analisi approfondita delle caratteristiche del territorio, sotto il profilo produttivo, sociale, demografico, ambientale, e degli stessi modelli di regolazione locale, costituisce per tutto ciò un asse fondamentale del nuovo approccio di sviluppo "dal basso".
Inoltre, sempre esplorando il versante dei processi di apprendimento, il collegamento dello sviluppo ad un territorio fa presupporre un progetto di condivisione delle conoscenze, dei linguaggi e dei significati, generatore di identità, e tale da consentire alle persone in esso presenti di "…scoprire le ragioni e i vantaggi della loro vicinanza fisica e di elaborare…la loro intelligenza collettiva…"(Rullani, p.225).
In linea con queste riflessioni, per il conseguimento degli obiettivi socio-istituzionali della programmazione negoziata, viene sottolineata la necessità dell’adesione diffusa ad (l’adozione di) un determinato modello di interpretazione della realtà, caratterizzato da consenso sul metodo concertativo, dell’adozione di una visione sistemica della realtà economico-sociale, della ricerca dei costi e benefici dell’azione collettiva, e delle aree in cui risulti possibile e vantaggioso un approccio cooperativo…) (Cersosimo, p.381).
Estendendo la riflessione agli aspetti comportamentali, gli estensori del più volte citato rapporto del Tesoro/DPS rimarcano come la tipologia illustrata di sviluppo territoriale richieda "…una maggiore attitudine allo sviluppo di relazioni cooperative tra soggetti pubblici e privati (capitale sociale), una maggiore spinta alla progettualità locale, anche attraverso nuove iniziative (es., l’avvio di PIT o di esperienze similari…)…" (Tesoro/DPS, p.3). Nuovamente, ciò suppone una conoscenza di vantaggi e svantaggi, individuali e collettivi, dell’azione cooperativa, delle caratteristiche della situazione, attuale e desiderata, dell’economia locale, dei vantaggi perseguibili attraverso progetti specifici, spesso di natura integrata.
E si tratta di una conoscenza orientata, per le caratteristiche ricordate della tipologia di sviluppo in esame, a cogliere complementarietà e interdipendenze, a perseguire obiettivi complessi, di quantità e di qualità, di efficienza e di coesione sociale, superando una visione frammentaria, tenendo conto per quanto possibile dell’intero quadro dell’economia e della società locale.
Le osservazioni compiute ricordano l’importanza della cooperazione tra operatori, pubblici e privati, nelle politiche per lo sviluppo locale. Si tratta di una cooperazione che può proporsi anche di rendere più intensa ed efficace la competizione, ma comunque orientata nelle direzioni ora indicate. Come suggeriscono alcuni studiosi, l’"azione cooperativa" presuppone la non diretta controllabilità, da parte degli attori, delle azioni degli altri (azioni distanziate nel tempo e nello spazio) e la contestuale reciprocità, nel senso che ogni attore necessita del contributo favorevole dell’altro al perseguimento del progetto comune.
La scelta cooperativa comprende il rischio di veder fallite le proprie aspettative, il successo dell’azione essendo legato al contributo reciproco degli attori. L’azione cooperativa è sempre "un processo cognitivo, rischioso, che rimanda continuamente ad operazioni di controllo, ricerca di certezze, motivazioni e speranza nella cooperazione altrui da parte degli attori coinvolti…"(Pendenza, pp.8-10).
Ciò può spiegare perché, sempre in riferimento ai Patti territoriali, è stata rilevata per ciascuno di essi, considerato come un gioco, la centralità per ogni giocatore delle aspettative positive, e quindi del ruolo della fiducia, sulla cooperazione altrui. Alcuni sottolineano la già ricordata importanza dei rendimenti relativi della strategia cooperativa; se le politiche riescono ad accrescerli, possono potenziare la cooperazione, e quindi la generazione di fiducia reciproca che vi si accompagna, e che può istituzionalizzarsi; e ne deducono che la cooperazione non presuppone un preesistente stock di fiducia, che invece "…può essere il risultato di un periodo di cooperazione monitorata tra attori (pur) opportunisti…". Una strategia cooperativa più conveniente di una strategia individualista favorisce la cooperazione, anche in presenza di una scarsità di fiducia tra gli attori (Barbera, pp.418-420).
Anche alla luce di tali notazioni, si comprende l’inclusione, tra le condizioni di efficacia della cooperazione (soprattutto quando gli Attori della rete sono ad appartenenza "multipla"), oltre ad una visione comune del problema, dell’utilizzo di meccanismi di "learning by monitoring", capaci di coniugare il "learning", l’acquisizione della conoscenza di quanto richiesto dal mercato, con il "monitoring", la capacità cioè di valutare in ogni momento se i benefici provenienti dalla transazione giustifichino la sua continuazione .
`E altresì coerente con quanto affermato l’inclusione, tra i limiti e i fattori critici nella performance dei Patti territoriali, dell’insufficiente comprensione dei benefici dell’azione collettiva e di presunte difficoltà di apprendimento del gioco cooperativo.
Per una cooperazione efficace applicata a progetti integrati, per un potenziamento del benessere di coloro che vivono ed operano nel territorio, è importante disporre di una conoscenza orientata ad una visione complessiva, con le caratteristiche indicate in precedenza.
Pur ammessa una scarsità di capitale sociale pregresso (che appartiene a fattori "strutturali"), l’incertezza nella cooperazione reciproca può essere ridotta da fattori "interazionisti" (collegati all’interazione tra gli attori), quali la presenza di un leader istituzionale, capace di prospettare una progettualità di medio-lungo periodo e di ben rappresentare i vantaggi della mutua cooperazione, o la possibilità per gli attori di comunicare in contesti interattivi in cui, tramite la comunicazione in compresenza, essi costruiscono visioni comuni del problema e ricercano le soluzioni più efficaci…(Barbera, p.427). I sistemi locali –è stato osservato- hanno bisogno di "…istituzioni di autogoverno capaci di elaborare progetti, di creare "visioni", di esaltare fattori collegati all’esistenza di una forte identità locale e di auto-referenza sistemica, e di far convergere i diversi attori territoriali verso obiettivi di sviluppo condivisi…"(Messina, pp. 41-42).
Ammesso il ruolo positivo esercitabile da politiche appropriate, un obiettivo rilevante dei patti, ma attribuibile in generale alla programmazione "negoziata", è costituito dunque dalla generazione di convenienza alla cooperazione reciproca, tale da attivare "relazioni cooperative consolidate e stabili al di là della convenienza contingente" (Barbera, p. 446).
Nell’ambito dell’approccio cooperativo può inserirsi la forma regolativa rappresentata dalla concertazione, definibile come "accordo formalizzato su obiettivi concordati tra attori con interessi contrastanti" o, in una prospettiva dinamica, come metodo, come processo che può condurre ad un accordo del tipo indicato.
La concertazione locale si distingue per una estensione territoriale contenuta, anche se variabile (regioni, città, associazioni di comuni, distretti di varia grandezza…), per l’ampio ventaglio di aspetti considerati (dalla discussione degli obiettivi e degli strumenti, alla promozione di idonee forme competitive, alla produzione di beni collettivi locali…) (Dei Ottati), per la molteplicità degli attori e per l’eterogeneità della loro natura, per la numerosità delle esperienze di partenariato, sia pubblico/privato che pubblico/pubblico.
Proprio le caratteristiche indicate del processo concertativo possono contribuire a rimuovere ostacoli anche rilevanti allo sviluppo locale: pensiamo alla presenza di "global players", le cui decisioni possono entrare in conflitto con le esigenze locali, o alla necessità di adeguamento delle strutture organizzative richieste dalle politiche per lo sviluppo locale, adeguamento spesso indispensabile per assicurare un effettivo cambiamento di strategia (Pichierri, pp.102-104).
In ambo i casi, eventuali difficoltà possono essere più facilmente superate in presenza di accordi appropriati tra i molteplici attori in campo.
Nei casi più significativi di sviluppo locale, gli attori mostrano interessi comuni e valori condivisi, e la regolazione viene esercitata attraverso appropriate forme di governance (Pichierri, pp.79-80). Tra gli argomenti della propria funzione di utilità gli Attori possono includere obiettivi di interesse generale: può forse intravvedersi una possibile coniugazione di individualità e socialità, nell’ambito di un rapporto di gruppo come relazione costitutiva tra attori distinti: una "we-rationality" alla Hollis (citato in Bruni, pp.50-51).
L’approccio cooperativo e le attività di concertazione possono manifestare un’efficacia di rilievo in presenza di organizzazioni di tipo reticolare. In generale, un’organizzazione-rete può considerarsi "un modello stabile di transazioni cooperative tra attori individuali e collettivi, che costituisce un nuovo attore collettivo" (Pichierri, p.116).
Nell’approccio endogeno allo sviluppo territoriale basato su reti di relazioni, gli attori -imprese, Università, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e private (Associazioni professionali, Camere di Commercio, Associazioni imprenditoriali, Regione, Enti locali…)- contribuiscono a formare e/o a potenziare le reti di relazioni interne ed esterne sulla base di rapporti di cooperazione di tipo formale e informale.
Si costituisce così un sistema a rete, che concorre ad assicurare la competitività del territorio e della regione. Poiché ciascuno di questi soggetti è inserito in altri sistemi di reti di relazioni specifiche -sistema universitario, sistema di ricerche, sistema degli enti regionali e locali, sistemi di imprese- da cui arrivano flussi di informazioni e di conoscenze specifiche, può giungersi alla formazione di nuove reti di relazioni (reti di reti) in grado di consentire lo sviluppo di connessioni tra il sistema regionale e i sistemi territoriali di altre regioni o di altre nazioni.
Proprio le caratteristiche degli attori (pubblici e privati) e delle loro interazioni reciproche e con l’ambiente interno ed esterno concorrono a determinare lo specifico percorso di crescita effettivamente intrapreso nel territorio, tra gli innumerevoli possibili (Stornaiuolo, pp.78-83).
In precedenza abbiamo ricordato il concetto di "policy network", che può operare a favore dello sviluppo locale. Volontarietà, autonomia, consapevolezza della propria identità e dell’appartenenza alla rete sono caratteristiche degli attori costitutivi dei nodi della rete. Il tipo di cooperazione richiesto da un'organizzazione-rete implica il lavorare insieme sviluppando piani ed azioni che consentano ai membri dell’organizzazione di decidere insieme –in tutto o in parte- il che cosa, il perché, il quando, il dove, il come lavorare.
La cooperazione di rete, che poggia su un apprendimento continuo ed esprime una leadership multipla, viene comunque perseguita anche tra competitori quando essa consente di disporre di beni di club, la cui produzione sarebbe troppo costosa per i singoli soggetti, di valorizzare risorse dei membri meglio di quanto essi potrebbero fare da soli, soprattutto quando la rete corrispondente garantisce la disponibilità di risorse attraverso l’impiego a propri fini di altre reti che la intersecano (Pichierri, pp.120-134).
In estrema sintesi, ricordiamo che lo sviluppo territoriale endogeno richiede politiche integrate, orientate ad agire su uno o più settori, coinvolgendo attori pubblici e privati, individuali e collettivi, e tenendo conto delle molteplici esigenze connesse alla dimensione territoriale.
Viene richiesta e può essere opportunamente rafforzata l’attenzione alle interdipendenze sistemiche, al perseguimento di una visione complessiva dello sviluppo socio-economico del territorio. Con riferimento alle Parti in gioco, può supporsi che esse abbiano incluso tra gli argomenti della loro funzione di utilità obiettivi riguardanti il benessere generale della collettività in cui operano. Può supporsi in qualche misura che esse condividano delle preferenze di squadra, che in qualche modo adottino una "we-rationality".
Discende dalla natura di queste politiche che la loro efficacia risulti positivamente correlata alla cooperazione tra gli attori, che a sua volta presuppone la presenza di fiducia reciproca, e subisca quindi l’influsso positivo di qualsiasi circostanza o iniziativa che tenda a rafforzare detta fiducia. Nella "nuova programmazione" un fine centrale è rappresentato dalla promozione e dal rafforzamento del tessuto relazionale.
In corrispondenza di progetti integrati, la matrice dei pagamenti può configurare giochi di tipo "integrativo" in cui ciascun attore ottiene un guadagno rispetto alla situazione precedente, per cui è nel miglior interesse di ciascuno adottare comportamenti che sono anche nel migliore interesse dell’altro (degli altri).
Quest’argomentazione può richiamare in qualche misura il fondamento di una razionalità relazionale –abbiamo notato più volte la centralità delle relazioni nel quadro dello sviluppo territoriale endogeno- quale quello recentemente sottolineato da Stefano Zamagni: con riferimento alle relazioni tra persone, egli ci ricorda che il fondamento ultimo della relazionalità è la realizzazione della persona, cioè la sua fioritura. A questo fine, ciascuno dei soggetti di una relazione ha bisogno del necessario riconoscimento da parte dell’altro. (Zamagni, p.91).
Provando a trasporre, con tutte le cautele del caso, tali affermazioni su di un piano più ampio, in cui Attori collettivi interagiscono tra loro, e sullo sfondo si stagli la realizzazione di un Bene Comune da essi individuato per il territorio di appartenenza, potrebbe supporsi che una razionalità relazionale implichi che ciascuna delle varie Parti in gioco sia sensibile alla fioritura delle controparti.
Eventuali conflitti di interesse (si pensi al conflitto basilare tra esigenze di flessibilità del lavoro, e richieste di stabilità dello stesso…), e connessi spunti di opportunismo, potrebbero essere risolti, o sostanzialmente contenuti, con ricorso all’intero ventaglio di tutte le iniziative (anche innovative), pubbliche o private, disponibili, per garantire uno sviluppo basato su qualità, innovazione e coesione sociale, (e in particolare del suo presupposto centrale, che supponiamo per comune riconoscimento rappresentato da un’elevata valorizzazione di tutte le risorse umane disponibili).
Come potrebbe confermare la più recente teoria dell’organizzazione, la razionalità degli Attori impegnati nell’attuazione di un processo di sviluppo territoriale con significative caratteristiche di endogeneità, potrebbe configurarsi come una razionalità multipla (Grandori, pp.531-533) –logico-deduttiva, o euristica, o incrementale, di squadra, relazionale…-a seconda dei profili considerati, strategici od operativi, differenziati per ampiezza di impegno o estensione di orizzonte temporale.
L’impegno, collettivo ed individuale, per uno sviluppo socio-economico del genere ricordato, con le modalità e gli obiettivi indicati, dovrebbe tendere a realizzare un mix opportuno di competizione e cooperazione tra gli Attori in gioco (tra cui la P.A.), ciascuno di questi potendo a sua volta appartenere a reti di relazioni che si dispiegano all’esterno del territorio considerato, nel quadro ampio, articolato e mutevole dell’economia globale.
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Relazione Prof. Alessandro Vercelli
(Docente presso la facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’ Università di Siena.Già direttore del Dipartimento di Economia Politica. Autore di numerose pubblicazioni inerenti: macroeconomia, metodologia dell’economia, analisi teorica ed applicata dei cicli economici, sistemi economici comparati, storia dell’analisi economica ed economia dell’ambiente)
Responsabilità sociale e sostenibilità dell’impresa
1 Introduzione
La sostenibilità dello sviluppo è stata studiata quasi esclusivamente dal punto di vista macroeconomico. Tuttavia è evidente che lo sviluppo di un’economia, nel suo significato macroeconomico usuale, non può essere sostenibile se l’attività delle imprese che operano in essa non è sostenibile. E’ dunque importante studiare gli aspetti microeconomici della sostenibilità. A questo fine introduciamo il concetto di "impresa sostenibile" che definisce a quali condizioni l’attività di una impresa risulta compatibile con i requisiti della sostenibilità dello sviluppo.
Adottiamo in questo lavoro la definizione di sviluppo sostenibile proposta nel ‘Rapporto Brundtland’ (1987) che ha fatto emergere il concetto dai confini del dibattito scientifico specialistico e lo ha diffuso come obiettivo fondamentale della politica ambientale e come idea-forza capace di mobilitare i mass-media e le coscienze. In questo importante documento lo sviluppo viene definito come ‘sostenibile’ quando riesce a ‘soddisfare i bisogni presenti senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i loro bisogni’. Da questa definizione emerge con chiarezza che l’obiettivo della sostenibilità dello sviluppo è un obiettivo di lungo periodo che poggia su un fondamento etico, in quanto si basa su un principio di equità applicato innanzitutto alla distribuzione intergenerazionale delle risorse. In altre parole, anche alle generazioni future deve essere applicato il principio di ‘pari opportunità’ con riferimento in primo luogo alle risorse naturali ed ambientali a loro disposizione da cui dipenderà in modo cruciale la loro sopravvivenza, la qualità della loro vita, nonché la capacità di raggiungere gli obiettivi che riterranno opportuno proporsi. Questo principio si basa sull’assunto che le generazioni presenti non hanno la proprietà delle risorse naturali ed ambientali ma soltanto il loro temporaneo possesso: questo patrimonio deve pertanto essere gestito dalle generazioni presenti assumendo il ruolo di amministratori fiduciari che hanno il compito di preservarlo e, se possibile di accrescerlo.
Ovviamente il principio di equità applicato alla distribuzione intergenerazionale delle risorse deve essere applicato anche alla distribuzione del reddito e delle risorse all’interno di ciascuna generazione. Il concetto di sostenibilità dello sviluppo deve quindi rispettare accanto ai requisiti ambientali anche alcuni requisiti sociali relativi in particolare al graduale superamento della povertà e all’attenuazione delle disuguaglianze distributive (cfr. Borghesi-Vercelli, 2003, e Vercelli, 2003).
In questo lavoro intendiamo argomentare che l’impresa deve dare il suo contributo al rispetto dei suddetti requisiti ambientali e sociali e quindi al consolidamento della sostenibilità dello sviluppo e che, in caso contrario, metterà a repentaglio non solo la sostenibilità dello sviluppo ma la sua stessa sostenibilità. Emergerà dall’analisi che segue che è sostenibile l’impresa socialmente responsabile che riesce a far quadrare i conti anche nel lungo periodo. La responsabilità sociale dell’impresa è quindi condizione necessaria, anche se non sufficiente, della sua sostenibilità. Il far quadrare i conti è compito dell’imprenditore e ben poco si può dire in generale senza entrare nel merito dei singoli settori e delle singole imprese e situazioni. Concentreremo pertanto l’attenzione su quali regole, giuridiche e\o di corporate governance, possano costituire il sistema di incentivi e disincentivi più efficace per assicurare e consolidare la responsabilità sociale delle imprese.
La struttura di questo lavoro è la seguente. Nel primo paragrafo viene introdotto il concetto di impresa sostenibile. Nel terzo paragrafo è discusso il ruolo della responsabilità sociale dell’impresa alla luce dei principi dell’etica degli affari. Nel quarto paragrafo sono discusse le iniziative che possono essere prese dalle imprese per consolidare la propria sostenibilità. Nel quinto paragrafo viene analizzato in maggiore dettaglio il caso del settore finanziario che gioca un ruolo cruciale per la sostenibilità di tutto il tessuto industriale e dello stesso sviluppo macroeconomico. Seguono alcune brevi considerazioni conclusive.
2. Definizione di impresa sostenibile
Definiamo un’impresa come sostenibile quando riesce ad ottenere livelli soddisfacenti e stabili di redditività media nel lungo periodo e crea valori duraturi per tutti gli stakeholders. Questa definizione si articola in due parti che riteniamo sostanzialmente equivalenti ma non ridondanti in quanto illuminano aspetti indipendenti, anche se connessi e complementari, della sostenibilità aziendale.
La prima parte della definizione si riferisce all’obbiettivo tradizionale dell’impresa, la massimizzazione del saggio di profitto, ma precisa che per la sostenibilità dell’impresa contano i valori medi di lungo periodo. In questa ottica gli exploit eccezionali di breve periodo, tanto apprezzati dalle borse valori e da molti azionisti, non sono desiderabili se vengono ottenuti, come spesso avviene, a spese dei risultati futuri. In particolare si sono diffuse negli ultimi tempi, soprattutto durante il lungo boom della fine degli anni ’90, pratiche contabili che, pur senza essere illecite, gonfiano i risultati dell’esercizio in corso a scapito dei risultati degli esercizi futuri, soprattutto nell’ipotesi che la congiuntura si deteriori, come prima o poi è inevitabile. Questa tendenza è stata alimentata da aspettative eccessivamente ottimistiche e da modalità di incentivazione dei managers, e talvolta anche degli amministratori, basata su risultati di breve periodo. Un caso particolarmente rilevante è dato dalla recente diffusione della pratica di assegnare ad amministratori e dirigenti, come compenso variabile o incentivo retributivo, un certo ammontare di stock options, cioè di diritti di opzione sulle azioni della società che possono essere venduti a scadenza. Ciò ha indotto manipolazioni dei corsi dei titoli ed un restringimento dell’orizzonte temporale al tempo di scadenza di queste opzioni a scapito della sostenibilità dell’impresa (vedi Bebchuk-Fried-Walker, 2002).
Infine, la crescente finanziarizzazione dell’economia e delle imprese, che è proceduta di pari passo con una crescente importanza delle borse (cfr. Nardozzi, 2002), ha fatto sì che il lato finanziario dei bilanci sia diventato sempre più rilevante e che in esso abbia acquistato un peso crescente il trading di breve periodo. Già Keynes osservava che: "quanto più perfezionata è l’organizzazione dei mercati di investimento, tanto maggiore sarà il rischio che la speculazione prenda il sopravvento sull’intraprendenza…Gli speculatori possono non causare nessun male, come bolle d’aria in una corrente continua di intraprendenza; ma la situazione è seria quando l’intraprendenza diviene la bolla d’aria in un vortice di speculazione. Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò di gioco, è probabile che vi sia qualcosa che non va bene" (Keynes, 1936, p.139). In generale, un’eccessiva enfasi verso il breve periodo deriva da una situazione di potenziale conflitto di interesse in cui vengono a trovarsi i top managers di una impresa ed i suoi stessi amministratori in quanto la loro riconferma, carriera e retribuzione dipendono di fatto dai risultati di breve periodo. Secondo alcuni osservatori qualificati il conflitto di interessi, che è endemico in un’economia di mercato, sarebbe diventato negli ultimi tempi epidemico (Rossi, 2002).
La seconda parte della definizione si riferisce ai soggetti destinatari della creazione di valore da parte dell’impresa. Secondo la concezione tradizionale recepita nel codice civile degli stati industrializzati, l’impresa deve preoccuparsi soltanto di creare valore per gli azionisti. Secondo una visione alternativa che sta prendendo piede negli ultimi decenni, l’impresa dovrebbe preoccuparsi di creare valore non solo per gli azionisti (shareholders) ma anche per tutti gli altri soggetti interessati all’attività dell’impresa e dei suoi risultati (stakeholders): in particolare i dipendenti, i clienti, e la società civile dei territori ove operano. Alcuni sostengono che anche il codice civile dovrebbe riflettere questa nuova concezione (in particolare lo studioso di Harvard Michael Porter), tuttavia non è chiaro come questi interessi potrebbero essere ufficialmente rappresentati e come potrebbe essere sanzionata una violazione della norma, espressa in questa forma più ampia (vedi paragrafo 3). Anche per questo motivo sono in corso di sperimentazione modalità alternative dirette a incentivare amministratori e managers a tener conto degli interessi di tutti gli stakeholders. Queste iniziative sono finalizzate a rafforzare la "responsabilità sociale dell’impresa" (corporate social responsibility). A questo proposito vi è un dibattito in corso, all’estero più che in Italia, se sia opportuno o meno includere esplicitamente gli interessi degli stakeholders tra gli obiettivi strategici dell’impresa. Alcuni esperti osservano che le formulazioni riduttive che si trovano negli ordinamenti giuridici delle economie industrializzate sarebbero datate e superate dagli eventi e che andrebbero aggiornate prendendo esplicitamente in considerazione gli interessi degli stakeholders. Ad esempio nei Principi di governo societari emanati dall’OCSE un’intera sezione (la III della prima parte) è dedicata al ruolo degli stakeholders nella convinzione che "un corretto governo societario debba riconoscere i diritti degli stakeholders fissati dalla legge, e stimolarne la collaborazione in tutto quanto attiene alla creazione di lavoro e di ricchezza" (cit. in Rossi, 2002, p.84).
In ogni caso si sta coagulando un ampio consenso sulla necessità che gli obiettivi degli azionisti vengano presi in considerazione in un’ottica di medio-lungo periodo. Anche i documenti ufficiali incominciano a registrare questa esigenza. Ad esempio: il codice di autodisciplina delle società per azioni quotate precisa esplicitamente che l’interesse degli azionisti deve essere valutato in un orizzonte temporale ‘non breve’.
Inoltre bisogna tenere presente che "lo stesso interesse degli azionisti nel lungo periodo impone alla società di considerare anche quello dei dipendenti, clienti, fornitori, creditori e società civile" (American Business Roundtable Report del 1997, cit. in Rossi, 2002). Quest’ultima affermazione risulta cruciale e pienamente fondata. Si può infatti dimostrare che nel medio-lungo periodo non vi è conflitto tra gli obiettivi specifici di un impresa (sostenibilità dell’attività e della redditività) e sostenibilità del benessere e della qualità della vita degli stakeholders. Questa asserzione è confermata da un numero crescente di studi che hanno applicato i metodi più diversi (storico, statistico, econometrico): i risultati concordano nell’osservazione che le imprese che sono sopravvissute più a lungo e che hanno ottenuto indici di redditività medi più elevati sono proprio quelle che hanno dato maggiore importanza agli interessi di tutti gli stakeholders in un’ottica lungimirante.
Pertanto possiamo concludere che le due parti della definizione di impresa sostenibile suggerite in precedenza sono sostanzialmente equivalenti perché gli stakeholders sono portatori di interessi di lungo periodo. I dipendenti sono interessati alla sopravvivenza dell’impresa ed alla sua buona salute economica e finanziaria affinché siano garantite occupazione, possibilità di carriera e condizioni retributive non inferiori a quelle di mercato. Analogamente i clienti sono interessati a mantenere un rapporto fiduciario che l’impresa può alimentare concentrando l’attenzione sui loro bisogni, anche rinunciando nel breve periodo a una quota di profitto. Infine la società civile è interessata alla sopravvivenza dell’impresa per salvaguardare l’occupazione e le ricadute durevoli di benessere sulla collettività, nonché all’attenzione dell’impresa per l’ambiente e il tessuto sociale locale. E’ nell’interesse dell’impresa dedicare la massima attenzione possibile agli interessi degli stakeholders. Per quanto riguarda i lavoratori, è noto che l’attenzione continua per le loro esigenze è fondamentale per motivarne l’impegno e per esaltarne la loro produttività nonché per attrarre e mantenere la forza lavoro con il massimo potenziale professionale. Nel caso dei clienti è ovvio che un atteggiamento di orientamento verso i loro bisogni (al fine di massimizzare la costumer satisfaction) è fondamentale per fidelizzarli e per attirare nuovi clienti. Infine il rapporto con la società civile è a sua volta fondamentale per poter ottenere commesse, una tassazione ragionevole, nonché le facilities strutturali necessarie per una fluida operatività.
Si possono trarre significative conferme di queste affermazioni da una analisi comparata degli indici c.d."etici" e del loro profilo temporale. Si tratta di indici che sintetizzano l’andamento in borsa delle azioni di società selezionate in base a criteri (spesso chiamati "filtri") di esclusione (filtri negativi) o di inclusione (filtri positivi). I filtri negativi escludono dall’indice le azioni di società che hanno caratteristiche indesiderate dal punto di vista etico (ad es. perché operano nel settore del tabacco, del gioco d’azzardo, della pornografia o delle armi, ovvero perché impiegano, direttamente o indirettamente tramite società controllate o fornitori, lavoro minorile oppure privato di diritti sindacali, e così via. I criteri di selezione (filtri positivi) cercano di individuare le imprese che si sono distinte per la loro responsabilità sociale. Confrontando su tempi medio-lunghi l’andamento degli indici etici con quello degli indici generali di borsa è possibile farsi un’idea della performance delle imprese più socialmente responsabili rispetto a quella delle altre imprese.
Il primo indice etico che è stato proposto all’attenzione dell’opinione pubblica è l’indice sociale Domini 400 che è stato introdotto nel 1990 dal fondo americano Domini, uno dei fondi etici più grandi e redditizi (vedi paragrafo 5). Questo indice è basato su filtri negativi e positivi ed ha esibito un andamento sistematicamente migliore di quello dell’indice generale S&P 500 dal 1990 a oggi (fig.1).
Particolarmente significativo è l’indice di sostenibilità introdotto nel 2001 dalla Dow Jones, basato su filtri positivi. Questo indice è stato calcolato all’indietro a partire dal 1993. Ciò permette di confrontare il suo andamento con quello dell’indice Dow Jones globale dal 1993 a oggi. Anche in questo caso si trova un andamento sistematicamente migliore (fig.2).
Infine il FTSE4Good, che è basato essenzialmente su filtri negativi ed è più orientato verso SpA europee, ha esibito una performance marginalmente superiore a quella dell’indice FTSE generale dal 1996 a oggi (fig.3). Negli ultimi anni si osservano segni di deterioramento in questo vantaggio comparato osservato negli anni precedenti. Questo dipende in parte dal crollo delle società high-tech che erano sovrapesate in questi indici, e in parte dal boom delle società che operano nel settore degli armamenti e delle energie non rinnovabili, che dipende da fattori politici e militari che potrebbero essere temporanei. La performance di lungo periodo degli indici etici ha perso in tutto o in parte il vantaggio comparato precedente ma non si è collocata in posizione di svantaggio.
Avendo aver escluso che nel lungo periodo esista, in generale, un conflitto effettivo tra obiettivi aziendali e sostenibilità dello sviluppo, possiamo chiederci se e fino a che punto questo conflitto sussista nel breve periodo. Nel passato, anche recente, le tematiche ambientali sono spesso state percepite come un ostacolo allo sviluppo economico ed una minaccia all’occupazione in conseguenza dei divieti e degli interventi repressivi delle autorità pubbliche. Tuttavia, negli ultimi anni la percezione di questo conflitto si è molto attenuata per una serie di motivi. Vi è innanzitutto una crescente pressione del mercato nella direzione di una maggiore attenzione per la qualità ambientale dei prodotti e dei processi produttivi. Ciò deriva in particolare da una crescente sensibilità ambientale dei consumatori e degli utenti. Secondo indagini recenti il 75% dei consumatori ha espresso le sue preferenze evitando, almeno in alcune occasioni, l’acquisto di beni e servizi da imprese ritenute poco rispettose dell’ambiente e viceversa. A questi stimoli si aggiungono quelli che derivano da una legislazione ambientale che è diventata sempre più rigorosa al fine di incentivare il rispetto dell’ambiente e disincentivare lo spreco di risorse e l’inquinamento.
Inoltre molte imprese sono attivamente impegnate a rielaborare il tradizionale concetto di efficienza trasformandolo nel criterio più evoluto di eco-efficienza. Contrariamente ad un pregiudizio diffuso, il tradizionale criterio di efficienza perseguito da sempre dalle imprese è di per sé pienamente compatibile con la sostenibilità dello sviluppo. Produrre in modo efficiente vuol dire produrre beni e servizi a costi minimi, il che implica il minimo uso di risorse umane e naturali, nonché minimo inquinamento dato che quest’ultimo –a parità di altre condizioni-- è proporzionale alle risorse consumate come input produttivo. Tuttavia il criterio tradizionale di efficienza economica è insufficiente perché non tutti i costi ambientali sono registrati dal mercato (in quanto ‘diseconomie esterne’). Di qui l’esigenza di elaborare un criterio di ecoefficienza che tenga conto in modo compiuto dei costi ambientali impliciti, prima ancora che questi ultimi vengano esplicitati dalla progressiva presa di coscienza dei consumatori e dagli interventi di politica ambientale. Il criterio dell’ecoefficienza è stato approfondito da diverse influenti associazioni di imprenditori sensibili alla sostenibilità dello sviluppo, fra le quali spicca il ‘World Business Council for Sustainable Development’ che raggruppa molte delle imprese più attente alla responsabilità sociale.
Infine, l’ambiente viene percepito sempre più dalle imprese come opportunità di investimento, piuttosto che come semplice costo implicito oppure vincolo. Queste opportunità sono in parte difensive, come strumento per difendere i mercati di sbocco preesistenti. Ad es. gli investimenti che consentono una certificazione ambientale riconosciuta (ISO 14000 o EMAS) stanno diventando sempre più imprescindibili per le imprese italiane che vogliono continuare ad esportare nei paesi con una legislazione ambientale più severa, quali i paesi del Nord Europa (inclusa la Germania, il fondamentale mercato di sbocco delle nostre esportazioni). Inoltre, sempre più importanti stanno diventando le opportunità di investimento proattivo diretto a progettare e commercializzare nuovi prodotti in nuovi mercati. Molte imprese stanno scoprendo che essere all’avanguardia nel campo ambientale conferisce un vantaggio competitivo decisivo per l’attività dell’impresa.
Alla luce di queste considerazioni, il conflitto tra obiettivi ambientali ed obiettivi aziendali si è ridotto ad un aspetto del conflitto tradizionale implicito in qualsiasi strategia di investimento dato che i costi di un investimento in capitale fisico e nuove tecnologie devono essere sostenuti subito mentre i benefici sono distribuiti su diversi esercizi futuri. Ciò che ostacola l’investimento ambientale è dunque soprattutto la miopia di alcuni agenti economici (chiamata in gergo economico ‘cortotermismo’) che deriva da mentalità speculativa più che imprenditoriale, da sfiducia nel futuro che deprime le aspettative degli agenti economici, ovvero da mancanza di immaginazione concernente gli scenari e le opportunità future. Si tratta di un problema serio che caratterizza il mercato globale in tutti i suoi aspetti, non solo in riferimento all’ambiente, con la differenza che in quest’ultimo caso l’incertezza sui ritorni futuri degli investimenti è ridotta dalla ragionevole aspettativa che, pur tra alti e bassi, continui il trend verso una legislazione ambientale più rigorosa.
3. La responsabilità sociale dell’impresa e l’etica degli affari
Negli ultimi tempi le tematiche relative alla responsabilità sociale dell’impresa hanno attratto un’attenzione crescente. Ciò dipende in parte da una progressiva presa di coscienza dell’importanza dei valori etici nell’attività economica e finanziaria. Ad es. una crescente consapevolezza dell’importanza dell’ambiente ha spinto molti managers, amministratori e stakeholders ad approfondire le implicazioni delle decisioni imprenditoriali sulla sostenibilità dello sviluppo. Tuttavia la crescente attenzione per l’etica deve essere anche interpretata come una reazione al suo deteriorarsi osservato negli ultimi anni in molte aree del mondo degli affari. Le due osservazioni non sono in contraddizione. Gli amministratori e managers che sono più sensibili al rigore etico dei propri comportamenti hanno uno svantaggio comparato di breve periodo nei confronti di quelli più spregiudicati e sono quindi spinti da questa situazione ad esplicitare le loro convinzioni e a prendere iniziative. Nel caso degli stakeholders è evidente che la loro progressiva presa di coscienza sia proceduta di pari passo con la loro reazione ai gravi scandali degli ultimi tempi: dall’Enron a Worldcom, da Tyco a Global Crossing, da Vivendi a ABB a Ahold. Un’ulteriore fonte di interesse per la responsabilità sociale dell’impresa sta nella evidente incapacità dell’ordinamento giuridico di individuare e sanzionare i comportamenti scorretti. Molti hanno quindi ritenuto che il ricorso a normative secondarie influenti sui comportamenti effettivi, anche se non vincolanti sul piano giuridico, possa costituire una via d’uscita (vedi in particolare Sen, 1987 e 1991).
Per capire queste tematiche estremamente sfuggenti ed intricate è opportuno fare un passo indietro. Le iniziative dirette a consolidare la responsabilità sociale dell’impresa sono finalizzate a promuovere la c.d. etica degli affari, cioè il rispetto dell’etica nel campo economico. L’etica degli affari è un campo dell’etica particolarmente problematico (Sacconi, 1991). Infatti al di là dei principi generali che condivide con gli altri campi dell’etica, essa ha alcune peculiarità che sollevano dilemmi irrisolti sia in teoria che in pratica. L’attività economica è basata su una miriade di transazioni di mercato. Ciascuna di queste transazioni si concretizza quando viene trovato un punto di equilibrio tra interessi in conflitto che tipicamente contrappongono gli scambisti. Ad esempio, in generale il venditore ha interesse ad aumentare al massimo il prezzo di vendita mentre il compratore è interessato a minimizzarlo, e così via.
Dal punto di vista giuridico si può interpretare ogni transazione come l’esecuzione di un contratto, esplicito o implicito, tra gli scambisti. Si ha quindi la tentazione di considerare ogni transazione come lecita, dal punto di vista sia etico che giuridico, perché un contratto liberamente concordato tra i contraenti, in assenza appunto di violenza o frode o altre violazioni dei principi generali dell’etica, non sembra avere controindicazioni. Tuttavia le cose sono molto più complicate di quanto sembrano. Ciò dipende dall’esistenza di asimmetrie tra contraenti che pur senza essere di per sé illecite, distorcono il punto di equilibrio tra di loro a favore di uno di essi. Un caso tipico è quello dell’insider trading che dipende da asimmetrie informative tra un soggetto che ha informazioni private che gli procurano un vantaggio significativo nei confronti degli altri agenti economici. Avere più informazioni non è certo censurabile in sé dal punto di vista etico o giuridico. Ciò che è scorretto è abusare di questo vantaggio per il proprio tornaconto personale e quindi a danno degli altri soggetti. Tuttavia si tratta di un reato difficilmente accertabile e sanzionabile. La vasta e frastagliata famiglia di reati chiamata eufemisticamente "conflitto di interessi" è ancora più difficile da definire e accertare. Come abbiamo visto il conflitto di interesse è molto diffuso nel mercato. Tuttavia il comportamento chiamato in tale modo è scorretto soltanto quando viene accertato un abuso di una situazione di vantaggio. Più esplicita è la fattispecie "abuso di posizione dominante" che è tuttavia riservata impropriamente a un caso particolare. La vasta fattispecie che va sotto il nome di pratiche monopolistiche e oligopoliste è un esempio di abuso dell’asimmetria di potere di mercato.
E’ opinione diffusa che negli ultimi anni, e comunque durante il boom di fine millennio, l’etica degli affari si sia notevolmente deteriorata. Ad es., in un recente sondaggio del Wall Street Journal, la maggioranza degli intervistati (57%) ha deplorato una carenza di etica nei comportamenti delle imprese e delle società di consulenza o di rating e ha sostenuto che la loro correttezza morale si sarebbe deteriorata negli ultimi anni; la maggioranza degli intervistati si è inoltre pronunciata a favore di nuovi provvedimenti legislativi e regolamentari che assicurino una tutela più rigorosa dei diritti e degli interessi dei risparmiatori e degli stakeholders. E’ difficile accertare se esista effettivamente una tendenza al deterioramento degli standard etici nei mercati finanziari, anche se esistono degli indizi che rendono plausibile l’ipotesi; mi riferisco in particolare a strategie decisionali sempre più miopi e speculative indotte da comportamenti imitativi e gregari nei mercati globalizzati, al diffondersi di forme di retribuzione e incentivazione legate a risultati di breve periodo, all’estensione progressiva dei conflitti di interesse tra società quotate, società di revisione, analisti, mass media e organi istituzionali. Questa opinione è comunque condivisa da alcuni dei massimi esperti di diritto dell’economia e corporate governance. Ad es., secondo Guido Rossi i conflitti di interesse, nel senso specifico prima precisato di abuso interessato di una asimmetria contrattuale, sarebbero endemici in un’economia di mercato ma sarebbero recentemente degenerati, diventando epidemici (Rossi, 2003). Ciò sembra confermato dall’ondata di scandali senza precedenti che ha travolto le borse a partire dal 2001, cioè non appena la bolla speculativa di Wall Street e delle altre borse mondiali ha cominciato a sgonfiarsi. Il boom aveva mascherato una serie di magagne i cui nodi erano destinati a venire al pettine con la crisi.
Ovviamente il disagio crescente per questa "epidemia" non ha mancato di produrre anticorpi nell’organismo sociale. Si sono moltiplicate le iniziative di studio e di intervento da parte delle Organizzazioni Governative Internazionali (la già citata UNEP, l’UNDP, l’Unesco, la Fao, la stessa BM e FMI, ecc.), delle Organizzazioni Non Governative (ONG: associazioni dei consumatori, quali Public Citizen di Nader, associazioni di ambientalisti quali Greenpeace, umanitarie quali medici senza frontiere, sui diritti civili quali Amnesty International, associazioni di volontariato). Anche le imprese e le associazioni di categoria hanno preso una miriade di iniziative che discuteremo nel prossimo paragrafo. A loro volta le Autorità pubbliche nazionali hanno preso iniziative di varia natura, ma nel complesso si può dire che negli ultimi anni la legislazione primaria diretta a sanzionare i comportamenti eticamente scorretti si è tendenzialmente indebolita. Le Autorità pubbliche hanno favorito la delegificazione, o comunque la depenalizzazione, dei comportamenti in contrasto con l’etica degli affari a favore di strumenti di autoregolamentazione volontaria giudicati più conformi ai meccanismi di mercato.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, un esempio particolarmente significativo è l’abrogazione nel 1999 del Glass-Steagall Act introdotto nel 1933 per separare l’attività bancaria commerciale da quella di investimento la cui commistione aveva contribuito al crollo di Bretton Woods nel 1929 ed ha favorito il dilagare dei conflitti di interesse che hanno determinato molti scandali recenti. Infine i provvedimenti legislativi che hanno seguito negli Stati Uniti questi scandali sono risultati molto timidi; ad es. per quanto riguarda i conflitti di interesse tra attività di revisione dei bilanci e consulenze alle stesse imprese ci si è limitati a richiedere alle società di revisione di dichiarare le consulenze svolte presso le aziende di cui hanno certificato i bilanci; analogamente la versione finale del Commodity Futures Modernization Act del 2000 rifiuta di introdurre qualsiasi controllo sui derivati Otc. Anche il Sarbanes-Oxley Act appare destinato a deludere le aspettative (Rossi, 2002, p.66). Nella maggior parte dei paesi non si è fatto nulla; in Italia sono stati depenalizzati dal D.L.61\2002 i reati di falso in bilancio.
L’esperienza recente dimostra che questo indebolimento della deregolamentazione giuridica ha favorito il diffondersi dell’epidemia, mentre le iniziative di autoregolamentazione sono riuscite per ora soltanto a diminuirne la virulenza ed a rallentarne la diffusione. Cercheremo di valutare nei paragrafi successivi fino a che punto le iniziative delle imprese sono state efficaci e fino a che punto riescano a contrastare l’epidemia.
4. Le iniziative per consolidare la sostenibilità aziendale
Non esiste una formula magica che assicura la sostenibilità dell’impresa. In generale si può soltanto dire che le decisioni strategiche devono essere prese in un’ottica di lungo periodo tenendo conto degli interessi di tutti gli stakeholders. Tuttavia esistono una serie di iniziative che tendono a consolidare ceteris paribus la sostenibilità dell’impresa. Possiamo distinguere le iniziative relative ai processi produttivi ed ai prodotti e servizi offerti alla clientela.
Per quanto riguarda i processi produttivi il passo iniziale è la nomina all’interno della struttura di un responsabile che inizia a progettare gli interventi migliorativi. L’ampiezza e la profondità di questi interventi fa sì che nelle imprese più grandi venga ben presto costituito un ufficio apposito con una divisione del lavoro interna che consente di seguire i vari settori specifici di intervento. Uno dei settori fondamentali riguarda l’ambiente esterno e interno. A questo fine viene adottato un sistema di gestione ambientale (SGA) e si procede per ottenere la certificazione ambientale (ISO 1400 e\o EMAS). L’impresa deve sforzarsi di ridurre quanto più possibile l’inquinamento, riducendo e riciclando i rifiuti. Inoltre i consumi energetici devono essere ridotti adottando opportuni sistemi di illuminazione, riscaldamento e refrigerazione dei locali. Un contributo importante in questa direzione può essere dato dalla costruzione dei nuovi uffici, o ristrutturazione di quelli esistenti, secondo i dettami della bio-architettura. Analogamente i prodotti e i servizi offerti alla clientela devono essere sempre più compatibili con la sostenibilità dello sviluppo.
Uno strumento che va in questa direzione è il reporting finalizzato a stimolare l’eticità dei comportamenti aziendali ed a favorire il controllo da parte delle autorità e degli stakeholders.
La prima tappa è stato il reporting economico-finanziario che si è sviluppato sistematicamente fin dagli anni ’30 ed è diventato da tempo un obbligo di legge. Anche i bilanci di esercizio tradizionali si propongono di assicurare e certificare la correttezza dei comportamenti. Il reporting etico in senso stretto si è sviluppato più di recente ma non tanto quanto saremmo indotti a credere basandoci sull’esperienza italiana. Infatti fin dagli anni ’70 hanno cominciato a diffondersi nei paesi più avanzati i bilanci sociali, e fin dagli anni ’80 i rapporti ambientali. Negli anni ’90 alcune aziende hanno cominciato a comprendere l’intimo nesso tra bilancio sociale e rapporto ambientale come due facce complementari della stessa preoccupazione per l’eticità dei comportamenti economici e hanno cominciato a presentare rapporti unificati col nome di "bilancio non-finanziario".
Negli ultimi anni si è capito che il concetto unificante più profondo è quello di sostenibilità dello sviluppo. Infatti, come abbiamo visto, lo sviluppo non può essere sostenibile se le aziende non sono sostenibili e le aziende sono tali soltanto se hanno attenzione per gli interessi di tutti gli stakeholders in un’ottica di lungo periodo, il che impone rigore etico e una grande attenzione per l’ambiente naturale e il contesto sociale. Si stanno quindi diffondendo nei paesi più avanzati i "rapporti di sostenibilità" che integrano i bilanci sociali e i rapporti ambientali in un’ottica che favorisce uno stretto collegamento con gli aspetti economico-finanziari. Questa terminologia è senz’altro appropriata in quanto la sostenibilità dello sviluppo dipende dal rispetto contemporaneo dei criteri ambientali e sociali. Questa recente tendenza rivela una presa di coscienza dell’importanza cruciale che la sostenibilità dell’impresa riveste per la sostenibilità dello sviluppo. Si sta anche diffondendo la consapevolezza che il rispetto dell’etica sia un prerequisito essenziale della sostenibilità aziendale e macroeconomica.
In ogni caso, comunque vogliamo chiamare questi rapporti, la loro diffusione in Italia è stata tardiva sicché vi è ancora molta strada da percorrere prima di poter raggiungere i paesi più avanzati. Mi limito a citare alcuni dati: nel 2002 delle 100 aziende più importanti nei singoli paesi, più di 70 hanno presentato un rapporto etico in Giappone, quasi 70 nel Regno Unito, 40 negli SU, circa 30 in Germania Francia e paesi scandinavi, solo 10 in Italia. Per quanto riguarda le banche, uno studio recente rileva che in Italia solo 18 banche hanno redatto nel 2001 un bilancio sociale Masciandaro-Vercelli, 2002). E’ particolarmente importante che le banche recuperino questo ritardo per il loro ruolo cruciale nell’intermediazione finanziaria (vedi paragrafo 5).
Il reporting di sostenibilità --che comprende al suo interno il reporting ambientale, sociale ed etico— riveste un’importanza fondamentale al fine di consolidare la sostenibilità aziendale. E’innanzitutto un esercizio di autocoscienza in quanto induce l’ufficio apposito che lo redige, e poi il top management e gli amministratori che lo approvano, a riflettere sulle implicazioni dell’attività dell’azienda per l’ambiente interno ed esterno, per i rapporti e valori sociali interni ed esterni, più in generale per la sostenibilità dello sviluppo. Si tratta inoltre di un’iniziativa che incrementa la trasparenza dell’attività dell’impresa nei confronti del mercato. Ma soprattutto è un flusso di informazioni che si rivolge agli stakeholders al fine di rinsaldare un processo di interazione e innescare un circolo virtuoso a patto che gli stakeholders assumano un ruolo attivo e costruttivo. Se i clienti, alla luce delle informazioni contenute nei rapporti di sostenibilità e dell’eventuale assenza di questi rapporti, orientano le loro scelte verso le imprese più socialmente responsabili queste verranno favorite generando incentivi concreti a diventare sempre più socialmente responsabili.
Analogamente la forza lavoro con maggiori capacità cercherà di farsi assumere, e di non farsi licenziare, dalle imprese più attente alle condizioni ambientali interne oltre che esterne. Infine gli stessi azionisti con minori propensione al rischio, attratti più dalla redditività di medio-lungo periodo che da quella di breve, si orienteranno verso le imprese più socialmente responsabili. E’ noto da tempo che la reputazione di un impresa ha un valore non solo etico e di prestigio ma anche economico. Secondo alcune stime la reputazione di una spa contribuisce a più di un terzo del suo valore. Le imprese più socialmente responsabili hanno maggiori chances di consolidare la propria buona reputazione e rischiano meno di perderla, il che è tanto più importante in quanto la reputazione è difficile da conquistare e facile da perdere. Inoltre l’inclusione di una certa impresa in un indice etico o in un fondo etico non può che incrementare la domanda delle sue azioni giovando alla sua capitalizzazione di borsa.
Infine l’eccellenza nel campo della responsabilità sociale può essere considerato anche come un efficace strumento di marketing. Esistono premi per le società che hanno redatto i migliori rapporti di sostenibilità la cui attribuzione viene comunicata dai mass media con un certo risalto. Si sta inoltre diffondendo il rating relativo alla responsabilità sociale dell’impresa che viene riportato periodicamente dalla stampa specializzata. Inoltre le imprese più sostenibili possono essere scelte per l’inclusione degli indici etici acquisendo così una notevole visibilità internazionale. Infine le stesse imprese possono essere scelte per essere incluse nei fondi etici nazionali e internazionali. In quest’ultimo caso, oltre alla pubblicità positiva gratuita come nei casi precedenti, si ha un incremento della domanda delle loro azioni che corrisponde pro quota alla domanda dei fondi etici in cui vengono incluse con beneficio immediato per le loro quotazioni. Infine si evita la pubblicità negativa che deriverebbe da un cattivo rating etico o dalle critiche delle ONG che si occupano a loro volta di valutare il grado di eticità delle imprese e dei loro prodotti e servizi al fine di orientare le scelte degli utilizzatori finali (consumatori e risparmiatori) .
I vantaggi economici che derivano dall’impegno per la sostenibilità da un lato creano incentivi per il rafforzamento della loro sostenibilità ma allo stesso tempo, per lo stesso motivo, creano anche un problema serio. Anche le imprese meno convinte dell’importanza di consolidare la responsabilità sociale delle loro decisioni possono essere tentate a far di tutto per apparire tali. Ad es. alcune delle imprese coinvolte negli scandali recenti, quali Enron e Vivendi, erano riuscite ad accreditarsi come imprese particolarmente attente alla responsabilità sociale. Molte altre si sono comunque mimetizzate "seguendo le mode" della responsabilità sociale. Ciò ha indotto alcuni commentatori ad esprimere scetticismo nei confronti di queste nuove tendenze. Alcuni hanno espresso addirittura un parere negativo, ritenendo che le normative secondarie di autoregolamentazione, volontarie o meno, essendo comunque prive di sanzione giuridica possano distogliere l’attenzione dall’esigenza imprescindibile di una opportuna normativa civile e penale sanzionabile (Rossi, 2002).
Questo atteggiamento scettico non è condivisibile. Innanzitutto la normativa secondaria succitata non deve essere intesa come sostitutiva ma come integrativa alla normativa primaria, le cui sanzioni devono essere rese sempre più rigorose e applicate in modo sempre più rapido ed efficiente. Tuttavia, anche nell’ipotesi che l’ordinamento giuridico regoli il mondo degli affari in modo ottimale, la normativa secondaria relativa alla responsabilità sociale delle imprese sarebbe tutt’altro che inutile. Tale normativa, sia obbligatoria che volontaria, non è priva di sanzioni anche se di natura diversa da quella della norma giuridica. Ad essa è infatti associato un sistema di incentivi e disincentivi. Degli incentivi abbiamo già parlato. Ma esistono disincentivi per chi punta sull’apparenza piuttosto che sulla sostanza, appunto per non restare esclusi dagli incentivi succitati. I codici etici e i reporting prendono impegni e fanno affermazioni la cui veridicità può essere verificata. Dalla possibilità di reporting ambigui o infedeli sarebbe ingiustificato dedurre la loro inutilità. Sarebbe come dedurre dall’esistenza di bilanci economico-finanziari imprecisi o infedeli che questi ultimi siano inutili se non fuorvianti e quindi possano o debbano essere eliminati. In un certo senso il reporting di sostenibilità non è nient’altro che una estensione della relazione di bilancio che ha come destinatari tutti gli stakeholders. Con il vantaggio che, mentre la capacità di interpretare i bilanci economico-finanziari richiede competenze molto raffinate, il controllo della credibilità del reporting di sostenibilità è relativamente più facile per gli stakeholders. Possiamo dunque concludere che le regole fissate dai codici di autoregolamentazione e corporate governance non sono prive di sanzioni reali ed effettive, anche se non di natura giuridica, in quanto sono suscettibili di sanzioni economiche e sociali impartite dagli stakeholders. Più in generale la loro applicazione è favorita da un sistema di incentivi e disincentivi economici che dipendono dal comportamento degli stakeholders. Ovviamente la loro efficacia è tanto maggiore quanto più gli stakeholders riescono ad esercitare un controllo efficace e continuo sulla responsabilità sociale delle imprese. Per ottenere ciò è necessario un intervento di sensibilizzazione che può essere favorito dal sistema educativo e dalle iniziative di ONG dedicate a queste tematiche.
Dobbiamo anche segnalare un pericolo opposto che ha fatto capolino in molti paesi industrializzati. Le organizzazioni degli stakeholders talvolta intervengono con modalità sensazionalistiche per attirare l’attenzione di un’opinione pubblica poco consapevole dell’importanza di queste tematiche. Questo tipo di interventi rischia tuttavia di essere controproducente nel medio-lungo periodo, che è quello rilevante per la sostenibilità, perché rischia di disincentivare l’attitudine alla trasparenza e al dialogo da parte delle imprese, innescando un circolo vizioso destinato ad indebolire la responsabilità sociale delle imprese. E’ quindi necessaria una partecipazione attiva degli stakeholders che si ponga obiettivi costruttivi e non effimeri al fine di innescare un circolo virtuoso tra reporting e certificazione di sostenibilità e altre iniziative prese dalle imprese sostenibili nel campo della responsabilità sociale dell’impresa. Tuttavia il recente processo di globalizzazione ha messo a repentaglio anche la responsabilità sociale dell’impresa e quindi la sua sostenibilità nel medio-lungo periodo. Infatti la crescente dispersione territoriale dell’attività produttiva ha reso sempre più difficile un controllo partecipativo degli stakeholders. Inoltre ha determinato un progressivo accorciamento dell’orizzonte temporale delle decisioni in mercati internazionali sempre più unificati da Internet e dalla deregolazione, in presenza di comportamenti imitativi sempre più pronunciati (herd behaviour). Ciò ha indotto molte imprese a puntare sull’eccellenza dei risultati nel breve periodo, anche a scapito della loro sostenibilità di lungo periodo.
5. Sostenibilità e settore finanziario
Intendiamo ora entrare in maggiore dettaglio sui temi relativi alla sostenibilità delle imprese nel settore finanziario per il loro ruolo cruciale nel determinare la sostenibilità delle altre imprese e quindi dello stesso sviluppo macroeconomico. La sostenibilità finanziaria delle imprese di tutti i settori dipende dalle banche dato che l’autofinanziamento è tipicamente insufficiente ad assicurare una fluida rotazione del capitale circolante e un congruo finanziamento dei progetti di investimento degni di sostegno. Per questo motivo le banche sono le uniche imprese "trasversali" che interagiscono con tutte le altre. Per quanto riguarda lo sviluppo macroeconomico, dalle banche dipende se il flusso di risparmio viene incanalato verso le imprese e gli impieghi più sostenibili.
Il ruolo cruciale delle banche per la sostenibilità dello sviluppo comincia ad essere riconosciuto soltanto ora. Ciò dipende dal fatto che il dibattito sulla sostenibilità dello sviluppo divampato dopo la pubblicazione del rapporto Bruntland ha concentrato dapprima l’attenzione prevalentemente sugli aspetti ambientali. Da questo punto di vista le banche sembrano a prima vista non particolarmente rilevanti in quanto non sono particolarmente inquinanti (come l’industria chimica), o ad alto consumo di energia non rinnovabile (come l’industria manifatturiera pesante), o ambedue (come l’industria petrolifera e le cartiere). Ma questa sottovalutazione non tiene conto del ruolo cruciale del settore finanziario nell’assicurare la sostenibilità delle imprese e dello sviluppo macroeconomico, non solo dal punto di vista finanziario ma anche strutturale.
Un contributo pionieristico alla comprensione del ruolo cruciale delle banche nel determinare la sostenibilità dello sviluppo è venuto dalla Iniziativa Finanziaria dell’UNEP all’indomani del Congresso di Rio (1992). La dichiarazione di intenti a favore della sostenibilità dello sviluppo è stata firmata da più di 150 banche di diversi paesi, mentre le pubblicazioni e i convegni promossi da questa iniziativa hanno progressivamente chiarito l’impatto del sistema finanziario sulla sostenibilità dello sviluppo. Un’altra iniziativa significativa è stata quella del WBCSD che raggruppa circa 200 delle imprese mondiali più sensibili alla sostenibilità dello sviluppo che al Summit mondiale di Johannesburgh (2002) ha presentato un documento redatto da alcune importanti banche sull’impegno per la sostenibilità dello sviluppo.
Esaminiamo ora in qualche dettaglio il contributo delle banche alla sostenibilità dello sviluppo. Per quanto riguarda i processi produttivi possiamo identificare innanzitutto alcune iniziative significative. Tra i provvedimenti finalizzati alla riduzione del consumo di inputs materiali, ci limitiamo a segnalare il caso della carta la cui produzione è fortemente inquinante e rischia di mettere a repentaglio la sostenibilità delle foreste. Basterebbe sostituire le stampanti che utilizzano solo una faccia del foglio con stampanti che stampano fronte-retro per dimezzare il consumo di carta. Inoltre è ormai possibile organizzare un ufficio in modo tale da evitare del tutto il consumo di carta (il c.d. "paperless office" ovvero "ufficio senza carta") come presso la Microsoft e la Boeing utilizzando le moderne tecnologie elettroniche (in particolare collegando tutti i dipendenti con una rete Intranet). In ogni caso la carta consumata dovrebbe essere riciclata. Molta attenzione dovrebbe essere dedicata al riciclaggio dei rifiuti, in particolare della carta e del materiale hardware. E’ possibile inoltre ridurre significativamente i consumi energetici con opportuni sistemi di illuminazione dei locali, e di riscaldamento e refrigerazione. I nuovi locali dovrebbero essere costruiti secondo criteri di bioarchitettura, ed i vecchi dovrebbero essere progressivamente ristrutturati adottando gli stessi principi. Un notevole risparmio di locali e di costi di trasporto si possono ottenere sviluppando la banca telematica. Infine si può sviluppare il telelavoro che consente a sua volta notevoli risparmi di costi di trasporto e di costruzione, manutenzione, e condizionamento climatico. Anche in questo caso le iniziative possono essere opportunamente stimolate da processi di certificazione ambientale (quali la ISO 14000 e l’EMAS) e etica (quale la SA 8000). Infine i passi avanti compiuti, i loro limiti e i passi futuri programmati possono essere utilmente comunicati agli stakeholders tramite rapporti di sostenibilità ovvero ambientali, sociali e etici. (vedi Masciandaro-Vercelli, 2002).
Fin qui gli interventi passati in rassegna non hanno nulla di particolarmente specifico e ricalcano quelli già segnalati nel § 4 per le imprese in generale. Tuttavia la loro importanza assume particolare rilievo per l’effetto dimostrazione, tenendo conto della natura trasversale della impresa bancaria. Se l’attività creditizia non è particolarmente pericolosa per l’ambiente in modo diretto è tuttavia cruciale dal punto di vista indiretto in quanto da essa dipende il finanziamento dell’investimento delle imprese affidate, che può essere potenzialmente pericoloso per l’ambiente. Questi rischi hanno dimensioni enormi come è stato evidenziato da alcuni casi recenti clamorosi. Tutti conoscono il caso della petroliera Exxon-Valdez giudicata responsabile di un grave episodio di inquinamento al largo delle coste dell’Alaska e condannata a un risarcimento pari a 900 milioni di dollari per diversi anni. Più in generale si calcola che la somma totale dei risarcimenti ambientali già provocati che dovranno essere pagati nel prossimo futuro assommi nei soli Stati Uniti alla cifra stratosferica di 2000 miliardi di dollari, una somma pari ad una volta e mezzo il fatturato dell’intero settore assicurativo degli Stati Uniti. Ciò ha provocato una grave crisi del settore assicurativo che si è comunque ritirato quasi del tutto dal settore ambientale rendendo ancora più gravi i rischi per le singole imprese. I rischi ambientali possono mettere a repentaglio la solvibilità delle imprese affidate nonché il valore dei beni collaterali, che sono in genere beni immobiliari il cui valore è estremamente sensibile all’inquinamento.
Il rischio ambientale deve essere preso attentamente in considerazione dalle banche anche perché negli Stati Uniti e in alcuni altri paesi del nord Europa la giurisprudenza ha sancito in alcuni casi un principio di responsabilità indiretta del finanziatore dell’investimento che ha provocato i danni ambientali. La legislazione ambientale della Comunità Europea (che si ispira all’accordo di Lugano del 1993) prevede viceversa il principio della responsabilità oggettiva da parte di colui che inquina che deve pertanto risarcire i danni anche in assenza di prove di dolo o colpa, purché il nesso causa-effetto sia dimostrabile, il che accresce considerevolmente il rischio indiretto delle banche.
I rischi ambientali sono particolarmente insidiosi quando le imprese affidate hanno una dimensione media o piccola. Infatti in questo caso le competenze sulle tematiche ambientali, il cui approfondimento richiede la disponibilità di team interdisciplinari di personale altamente specializzato, sono spesso carenti, mentre la difficoltà dell’individuazione del responsabile dell’inquinamento in un tessuto diffuso di PMI può disincentivare il rispetto delle regole ambientali. Le Banche che, come quelle italiane, operano nell’ambito di una struttura industriale caratterizzata da una forte prevalenza di PMI si trovano in difficoltà nel valutare i rischi ambientali, in quanto il monitoraggio caso per caso dei rischi ambientali risulterebbe troppo oneroso. Per superare questi problemi è possibile mettere a punto modelli di scoring che danno un punteggio presuntivo di rischio ambientale a una PMI in base a certe caratteristiche oggettive (territoriali, settoriali, organizzative, e così via). Le pmi che superano una certa soglia di rischio presuntivo verranno analizzate nel dettaglio. Inoltre anche i rischi ambientali devono essere considerati insieme agli altri nell’ambito del risk management dell’impresa.
Per quanto riguarda i prodotti e servizi, come abbiamo accennato nel § 4, il sistema finanziario svolge il ruolo di intermediazione tra risparmio e investimento. Per quanto riguarda l’intermediazione diretta da parte delle banche, l’applicazione dei metodi di valutazione dei rischi ambientali e di reputazione richiamata in precedenza permette di incanalare il risparmio verso gli impieghi più sostenibili.
Le tematiche ambientali pongono anche alla banca, come alle altre imprese, oltre a necessità urgenti di investimento difensivo, anche opportunità di investimento proattivo al fine di aprire nuovi mercati e di consolidarsi in quelli tradizionali conferendo un vantaggio competitivo rispetto ad altre banche meno aggiornate su questo fronte. Innanzitutto, vi è l’esigenza di finanziare gli enormi investimenti ambientali delle imprese industriali e delle amministrazioni pubbliche il che richiederà sempre più competenze e know-how specialistici. Inoltre si aprono potenzialità interessanti nel campo finanziario; mi limito ad alcuni esempi. La ‘finanza ambientale’ è stata introdotta da pochi anni ma è suscettibile di sviluppi considerevoli. I permessi negoziabili introdotti nel 1992 presso il Board of Trade di Chicago per la realizzazione degli obiettivi di disinquinamento dell’atmosfera previsti dalla recente legge statunitense sul disinquinamento atmosferico del 1992 (Clean Air Act) hanno raggiunto gli obiettivi prefissati in tempi molto più brevi del previsto ed a costi molto inferiori a quelli preventivati e che comunque si sarebbero sostenuti con misure alternative di politica economica (tassazione, divieti amministrativi, ecc.). Questo successo sta orientando i governi firmatari del protocollo di Kyoto a lanciare un ambizioso programma mondiale di permessi negoziabili per il controllo dell’effetto serra.
Inoltre un paio di anni fa sono stati lanciati, sempre presso il Board of Trade di Chigago, i derivati ambientali (futures e options connessi ad eventi ambientali) che stanno cominciando a riscuotere un promettente successo. E’ evidente il vantaggio che una banca potrebbe trarre specializzandosi tempestivamente nella negoziazione dei titoli ambientali.
Il ‘risparmio gestito ambientale’ ha ormai una lunga storia alle spalle: i ‘fondi etici’ che tipicamente comprendono tra i propri vincoli il rispetto dell’ambiente ed ‘fondi ambientali’, cioè i fondi etici specializzati nei valori ambientali, sono stati istituiti parecchi decenni fa manifestando un tasso di crescita lento ma sicuro. Negli ultimi anni questi fondi hanno avuto un successo strepitoso esibendo indici di crescita e performance decisamente superiori a quelli degli altri fondi. Negli Stati Uniti il numero dei fondi etici si è triplicato negli ultimi tre anni superando i 1000 miliardi di dollari di capitale gestito raggiungendo il 13% del totale (vedi fig.4). I 34 principali fondi etici inglesi gestiscono un patrimonio di più di 67 miliardi di euro. Il peso dei fondi etici sta aumentando rapidamente in tutti i principali paesi industrializzati, inclusi Francia, Canada e Germania (vedi fig.5). In Italia la quota di mercato è tuttora bassa (circa lo 0,5%: vedi fig.6) ma sta crescendo (fig. 7). Quanto alla performance, benché vengano messi in conto dai sottoscrittori rendimenti inferiori in cambio di una maggiore trasparenza etica degli impieghi, i risultati di medio-lungo periodo hanno mostrato minore volatilità e spesso hanno superato quelli medi. Ad es. il fondo americano Domini, il secondo fondo etico degli Stati Uniti con 1,5 miliardi di dollari di raccolta, da diversi anni riesce a superare la performance degli indici di riferimento generali (Dow Jones e S&P 500).
Che cosa spiega il successo dei fondi etici? All’inizio sono stati scelti da risparmiatori con una particolare sensibilità etica che erano disposti a sacrificare anche un eventuale piccolo margine di guadagno in cambio di una maggiore trasparenza e garanzia di eticità. Poi sono intervenuti anche i risparmi di altri soggetti con bassa propensione speculativa orientati verso un orizzonte temporale di medio lungo periodo, quali gli investitori istituzionali (fondi pensione), appena si è visto che hanno rendimenti non inferiori nel medio-lungo periodo.
Ciò sembra a prima vista un paradosso: la restrizione dell’insieme delle scelte operate di filtri etici dovrebbero ridurre i rendimenti: pregiudizio che ha ostacolato ed ancora ostacola il loro successo. Ma così non è sulla base dei dati. Come abbiamo visto, le imprese che sono durate più a lungo, con più elevata redditività media di lungo periodo sono quelle che hanno mostrato una particolare attenzione per tutti gli stakeholders (il che implica attenzione per la sostenibilità dello sviluppo). Questi risultati sono stati confermati recentemente dall’andamento degli indici etici (vedi retro paragrafo 3) e determina anche il buon andamento dei fondi etici. Ciò rende possibile il consolidamento del circolo virtuoso tra sostenibilità dello sviluppo e sostenibilità dell’impresa.
6. Osservazioni conclusive
In questo lavoro abbiamo analizzato alcuni presupposti microeconomici che rendono possibile la sostenibilità dello sviluppo nella sua usuale accezione macroeconomica. In particolare abbiamo cercato di chiarire perché lo sviluppo dell’intera economia non possa essere sostenibile se non si basa sull’attività di imprese sostenibili in quanto socialmente responsabili. Benché questa relazione appaia ovvia, essa non è ancora stata sufficientemente approfondita. L’impresa sostenibile adotta nelle sue procedure decisionali un orizzonte temporale di lungo periodo all’interno del quale inquadra il medio e lungo periodo e prende le decisioni più opportune tenendo conto degli interessi di tutti gli stakeholders. Queste regole di comportamento garantiscono insieme alla sua sostenibilità anche quella dell’intera economia. Ciò è particolarmente vero per le banche da cui dipende in modo cruciale la sostenibilità delle altre imprese e dello stesso sistema economico. In particolare alle banche spetta il compito di incanalare, direttamente o indirettamente, i flussi di risparmio verso gli impieghi più compatibili con la sostenibilità dello sviluppo.
Ovviamente l’introduzione sistematica del criterio di sostenibilità come criterio di selezione e di pricing degli impieghi, può essere fondato e credibile soltanto se la banca per prima cerca di valutare con rigore le implicazioni ambientali e sociali dei propri comportamenti. L’autovalutazione tramite la redazione di un rapporto di sostenibilità (ambientale e sociale) serve comunque a far prendere piena coscienza al management ed agli amministratori della responsabilità sociale della banca, cioè delle implicazioni etiche della sua attività e serve quindi a coordinare meglio le iniziative ambientali e sociali esistenti ed a promuovere nuove iniziative sempre più efficaci e impegnative.
Tuttavia neanche il reporting di sostenibilità può essere visto come panacea di tutti i mali. I critici osservano che la sua diffusione rischia di essere poco più di una moda che non riuscirebbe ad intaccare la sostanza delle cose. I più scettici paventano che il suo ruolo possa degenerare diventando un mero "specchietto per le allodole" per il pubblico più sprovveduto; si teme cioè che diventi un mero strumento di marketing a cui non corrisponderebbe necessariamente un autentico contenuto. Si osserva in particolare che alcune delle aziende coinvolte negli scandali recenti, tra cui la Enron, erano tra quelle che avevano sviluppato un sofisticato apparato di autoregolamentazione.
Se questo scetticismo fosse giustificato, minerebbe alle radici l’efficacia del reporting come strumento di controllo e stimolo del rigore etico dei comportamenti. Bisogna quindi evitare che l’adozione di regole di autoregolamentazione sia puramente rituale o promozionale. Quali sono i rimedi?
Innanzitutto la certificazione etica, cioè un approfondito controllo della veridicità, completezza e affidabilità delle informazioni da parte di un’agenzia specializzata. Si sta cominciando a diffondere anche in Europa e in Italia la certificazione etica SA 8000 rilasciata da un’agenzia specializzata americana. L’unione europea sta studiando l’istituzione di una sua procedura di certificazione etica che completi la certificazione di qualità ambientale EMAS. Questo rimedio può essere molto efficace ma non è sempre sufficiente, come i recenti scandali hanno dimostrato per quanto riguarda l’affidabilità di alcuni bilanci economico-finanziari, come quello della Enron, che pure erano stati regolarmente certificati.
La condizione decisiva per l’affidabilità di tutti i tipi di autoregolamentazione e di reporting, compresi quelli ambientali e sociali, è il controllo pro-attivo e partecipativo da parte degli stakeholders. Il reporting è tanto più utile quanto più viene approfondito, confrontato e commentato dai soggetti che sono interessati all’attività dell’azienda: in particolare i clienti, i fornitori, i dipendenti, i cittadini dei territori dove opera l’azienda, sia direttamente, sia indirettamente tramite le loro rappresentanze elettive o associative. Le informazioni organizzate nel reporting devono diventare criterio di scelta dei prodotti e servizi, degli investimenti, delle opportunità di lavoro di un’azienda piuttosto di un’altra, condizionando così in modo molto concreto la performance, anche reddituale, dell’azienda.
Si può innescare così un circolo virtuoso, favorito dal reporting, tra progressiva sensibilizzazione degli stakeholders e impegno dell’azienda. E’ un processo di apprendimento in cui tutti gli interlocutori devono trovare i modi e le forme d’interazione più costruttive ed efficaci. Le aziende devono diventare "case di vetro" aprendosi senza remore allo sguardo e agli stimoli degli stakeholders in modo da assicurare piena trasparenza e responsabilizzazione dei comportamenti.
Gli stakeholders devono sviluppare forme di controllo e di stimolo costruttive e partecipative pur evitando accuratamente qualsiasi tipo di invasione di campo o di interferenza impropria, ricorrendo ai metodi tradizionali della contrapposizione conflittuale soltanto come extrema ratio nei casi di comprovata sordità dell’azienda a tener conto di alcuni loro interessi cruciali.
La prevalenza in Italia dei metodi conflittuali nei rapporti tra aziende e stakeholders è giustificata dalla scarsa tradizione di apertura dell’azienda all’informazione e al dialogo, ma la persistenza di questi metodi di fronte a una genuina disponibilità da parte dell’azienda, segnalata tra l’altro proprio dall’adozione di un reporting etico, sarebbe controproducente perché potrebbe indurre le aziende, anche quelle di buona volontà, a tornare a chiudersi a riccio.
Il feed-back tra stakeholders e organi decisionali dell’azienda deve in particolare essere indirizzato a favorire il consolidamento di un’ottica decisionale di lungo periodo. In ultima analisi l’affievolimento della coscienza etica che si è manifestato negli ultimi anni dipende da un progressivo accorciamento dell’orizzonte decisionale determinato da una serie di trasformazioni del sistema economico, finanziario e tecnologico, nonché retributivo, che favoriscono sempre di più un’ottica speculativa di breve periodo a scapito di un’ottica imprenditoriale lungimirante.
Ne consegue che la performance di un’azienda viene valutata sempre più sulla base di risultati reddituali di periodo troppo breve che determinano retribuzioni, promozioni e rimozioni dei manager, scelte di portafoglio degli investitori, pricing degli impieghi, e così via. Ciò induce i centri decisionali dell’azienda, in assenza di una consapevolezza etica sufficientemente robusta, a ricercare risultati di breve periodo che potremmo chiamare ‘drogati’, in quanto gonfiati con mezzi leciti e talvolta anche illeciti, che permettono di vincere la competizione di mercato nel breve periodo soltanto mettendo a repentaglio la sostenibilità dei risultati positivi nel medio-lungo periodo e a volte la stessa sopravvivenza dell’azienda.
Gli stakeholders sono spesso portatori di interessi di lungo periodo legati alla valorizzazione del capitale umano, ambientale e sociale non solo dell’azienda ma anche del territorio ove queste operano. Una loro maggiore influenza favorita dall’adozione di codici di autoregolamentazione, di regole di corporate governance e da una prassi di reporting periodico di sostenibilità può diventare un contrappeso fondamentale alla miopia decisionale indotta dai mercati per assicurare la sostenibilità delle aziende e quindi anche dello sviluppo economico del territorio.
Ciò non vuol dire che le regole giuridiche dirette ad assicurare la correttezza dei comportamenti delle imprese possano essere sostituite da regole di autoregolamentazione. Questa illusione non è assente nelle tendenze recenti che si sono affermate nei paesi industrializzati. La regolamentazione giuridica dei comportamenti aziendali si è progressivamente indebolita. Essa non è riuscita a tener dietro all’evoluzione sempre più rapida dei mercati, in particolare per quanto riguarda la globalizzazione che spiazza i sistemi giuridici nazionali e le nuove tecnologie ICT che hanno introdotto nuovi canali commerciali quasi del tutto privi di controllo. Inoltre la regolamentazione preesistente è stata talvolta abrogata ritenendola superata, anche quando non era il caso.
L’indebolimento della regolamentazione giuridica non è casuale. Essa dipende in parte dalle difficoltà di definire e sanzionare i reati economici; tuttavia non c’è dubbio che l’atteggiamento rinunciatario che si è diffuso negli ultimi anni dipende da una eccessiva fiducia nella capacità dei mercati di autoregolamentarsi. Viceversa i codici di autoregolamentazione dovrebbero essere considerati non sostitutivi ma complementari alla regolamentazione giuridica. Ambedue i sistemi di regolamentazione generano incentivi e disincentivi, benché di diversa natura. Inoltre l’efficacia della regolamentazione giuridica presuppone un consenso sociale che può essere progressivamente generato dal circolo virtuoso tra autoregolamentazione delle imprese e controllo attivo degli stakeholders. E’ dunque necessario mettere a punto una strategia di rafforzamento parallelo e complementare della regolamentazione giuridica e di quella di autoregolamentazione.
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Relazione Prof. Leonardo Becchetti
(Insegna Economia Politica presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università “Tor Vergata” di Roma. Ha pubblicato numerosi lavori sui temi della crescita, dello sviluppo sostenibile e della responsabilità sociale dei consumi e dei risparmi)
Le nuove dimensioni del rapporto tra etica ed economia:
gli effetti diretti e indiretti di consumo e risparmio socialmente responsabile.
L’umanità è posta oggi di fronte al grande dilemma di favorire la crescita economica senza intaccare la sostenibilità ambientale e sociale.
Forme di consumo e risparmio socialmente responsabile, come il commercio equo e solidale, possono fungere da stimolo ad una maggiore responsablità sociale di imprese e istituzioni ed al tempo stesso rispondere all’insoddisfazione che la società civile in più occasioni ha dimostrato nei confronti di uno sviluppo economico non coniugato con la promozione del benessere sociale.
Forme di consumo e risparmio socialmente responsabile come il Commercio Equo e Solidale, il microcredito , la finanza etica, non sono solo importanti per i loro effetti diretti ma anche e soprattutto per quelli indiretti di stimolo a una maggiore responsabilità sociale di imprese e istituzioni.
Gli autori ( Leonardo Becchetti e Luigi Paganetto) spiegano, nel libro il cui titolo è stato preso in riferimento per il presente seminario, in che modo questi effetti diretti ed indiretti rappresentano altrettanti meccanismi correttivi ai limiti del mercato in direzione della realizzazione nella sostanza del principio della "sovranità del consumatore" e dell’"equilibrio dei poteri" tra imprese, cittadini e istituzioni.
Dimostrando che un cambiamento silenzioso in grado di trasformare il sistema dall’interno è già in atto.
Cos’è il Commercio Equo e Solidale?
Il Commercio Equo e Solidale (CEES) è una modalità di relazione commerciale tra i produttori del Sud del mondo ed i consumatori del Nord differente da quella tradizionale. I prodotti si differenziano da quelli del commercio tradizionale non per le qualità del prodotto, ma per la natura e le caratteristiche del processo produttivo. Tali caratteristiche sono:
Il Commercio Equo e Solidale è ancora un’iniziativa di nicchia che sta però avendo una rapida e significativa diffusione tra i consumatori, con tassi di crescita del fatturato interessanti e quote di mercato per alcuni prodotti niente affatto trascurabili. Le quote di mercato più significative già raggiunte sono quelle del caffè (2% circa nella UE) e, in singoli mercati, ad esempio, delle banane (15% in Svizzera). Sono quote interessanti ma ancora lontane dalla domanda potenziale di consumatori socialmente responsabili valutata attorno al 20%. Il problema peculiare del consumo socialmente responsabile che al momento rende difficile il congiungimento tra consumi e domanda potenziale sono le strozzature distributive. Mentre infatti prodotti di risparmio possono essere venduti in rete, i consumatori non sono generalmente disposti a comperare prodotti alimentari a distanze superiori ai due chilometri dalla propria abitazione. Il Commercio Equo sta dunque tentando di costruire un sistema di distribuzione più capillare dell’attuale utilizzando non solo le Botteghe del Mondo, ma anche alcune catene di supermercati, dettaglianti tradizionali, gruppi di acquisto e promotori di prodotti legati direttamente all’importatore. Una ricerca del CEIS Tor Vergata condotta da Becchetti, Paganetto e Adriani ha evidenziato come, dal punto di vista teorico, il CEES rappresenti una nuova (terza?) frontiera dell’economia del benessere, superando gli approcci del pianificatore benevolente e della riforma della governance (slegata dall’attenzione alle virtù civiche del cittadino).
Mercato Europeo
I dati forniti dall’European Fair Trade Association indicano il fatto incontestabile che il commercio equo e solidale sta avendo una rapida e significativa diffusione tra i consumatori, con tassi di crescita del fatturato interessanti e quote di mercato per alcuni prodotti niente affatto trascurabili. Il mercato del Commercio Equo è in crescita: un’indagine di EFTA del 1998 stimava a oltre 200 milioni di Euro il valore netto di vendita al dettaglio del Commercio Equo in 16 paesi europei. Una nuova indagine nel 2001, ha aggiornato ad oltre 260 milioni di Euro quella cifra: un aumento del 30% in tre anni.
I dati provenienti dai membri EFTA mostrano una crescita media nel valore delle vendite al dettaglio tra il 1995 ed il 1999 del 3,3% con una variazione significativa da paese a paese. In paesi come l’Italia e la Spagna, in cui il concetto del Commercio Equo è stato introdotto relativamente di recente, il tasso di crescita annuale media dei membri EFTA è stato rispettivamente del 17% e del 31%. La Francia registra invece percentuali di crescita media del 13,6%. Mentre il Belgio dell’8%.
Altri dati che a nostro avviso risultano interessanti è la crescita della consapevolezza nei consumatori europei che si dichiarano sempre più attenti alle scelte di consumo e di spesa e disponibili a pagare un prezzo maggiore per un prodotto che riflette dei criteri ritenuti importanti.
I dati del 2001 indicano che nei 18 paesi membri più di 100 organizzazioni d’importazione contribuiscono al Mercato Equo. Esse variano notevolmente la dimensione, passando da organizzazioni molto piccole di una o più persone, alla più grande organizzazione del Commercio Equo tedesca, GEPA.
C’è un grande divario tra le domande poste alle nostre istituzioni internazionali e le risposte di cui esse sono capaci…
J. E. Stiglits
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